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martedì 2 gennaio 2018

Italia 2018, lo schiavismo di chi lavora a 50 cent l’ora

Come quelli di un’azienda di proprietà di un’imprenditrice indiana che possiede un capannone a Credaro. (Credits – Getty Images)
Negli Stati Uniti servì una guerra civile per cancellare l’onta dello schiavismo. Ma parliamo del 1865, più di un secolo e mezzo fa. Ma dopo oltre 150 anni lo schiavismo non è morto e non parliamo dei Paesi del terzo mondo, o addirittura del quarto mondo, dove i diritti civili sono un optional troppo caro. Parliamo dell’Italia e della ricca provincia di Bergamo.
Siamo, infatti, a Credaro, in provincia di Bergamo. Qui la crisi non si sente, le vendite sono in crescita costante, ma a pagarne il prezzo più alto sono alcuni lavoratori. Come quelli di un’azienda di proprietà di un’imprenditrice indiana che possiede un capannone a Credaro e ha, ufficialmente, quattro dipendenti. Sì, ufficialmente, perché in realtà c’erano altri nove lavoratori in nero. Nove lavoratrici che lavoravano a cottimo nei paesi vicini a Credaro, producendo prodotti legati alla produzione di prodotti in gomma.
Si tratta di un indiano e di otto donne, tre indiane, due albanesi, una senegalese, una marocchina e un’italiana. Ma, fin qui, nulla di nuovo, perché il lavoro in nero in Italia è una piaga antica, che impedisce ai dipendenti di avere una pensione, ferie pagate, malattia, ma a Credaro le cose erano ancora più incredibili. E riportano la memoria, appunto, allo schiavismo USA e alle condizioni dei lavoratori secoli fa.
A raccontarlo è L’Eco di Bergamo che riporta le parole di una di queste novelle schiave, una delle lavoratrici albanesi alle dipendenze dell’imprenditrice indiana“Ogni mille pezzi mi davano dai 70 centesimi all’euro, in base al tipo di guarnizione e agli strappi. Per mille pezzi, mi ci volevano almeno due ore di lavoro” ha raccontato la donna. Quindi, nella migliore delle ipotesi, 1 euro per due ore di lavoro, cioè ben 50 centesimi all’ora di stipendio. Lavoratrici a cottimo, che producono in casa ciò che poi l’imprenditrice rivende a prezzi ben più alti. Un caso che, però, non è sicuramente isolato.
“Che sia la regola credo proprio di no, ma forse non è una situazione così eccezionale. Se i dipendenti in azienda sono generalmente in regola, nel cottimo succede tutto e il suo contrario, anche perché i controlli sono più difficili. E chiaramente gli ultimi arrivati sono quelli più indifesi” ha dichiarato Pietro Schiesaro della Cisl. E per le lavoratrici di Credaro? La titolare del capannone di Credaro è stata multata per 27 mila euro, con l’aggiunta dell’obbligo di mettere in regola i lavoratori che non lo sono, pagamento dei contributi arretrati incluso.

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