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lunedì 8 gennaio 2018

Chi ha diritto e chi no al reddito d’inclusione

 
Così com’è disegnato, l’Isee non è adeguato a identificare chi è povero. E ciò ha inevitabili conseguenze sulla platea dei beneficiari del reddito di inclusione. La mappa delle famiglie in condizioni di disagio è più ampia delle previsioni del governo.
Chi accede al Rei
Il reddito di inclusione (Rei) ha l’obiettivo di contrastare la povertà mettendo in relazione sinergica e coordinata la dimensione sociale e quella del lavoro. Introduce criteri di accesso dei beneficiari basati sia sull’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) sia sulla stima del reddito disponibile. Secondo il legislatore, il dosaggio del beneficio dovrebbe favorire la ricerca attiva del lavoro e consentire di uscire dalla trappola della povertà in modo permanente anche grazie a progetti personalizzati di inclusione sociale e lavorativa gestiti dai servizi sociali nei propri ambiti territoriali. Ma la misura unica di contrasto alla povertà riuscirà davvero a identificare correttamente le persone più vulnerabili?
Possono accedere al Rei i nuclei familiari che abbiano congiuntamente un valore Isee non superiore a 6mila euro, indicatore della situazione reddituale equivalente (Isre) non superiore a 3mila euro di reddito disponibile, valore del patrimonio immobiliare, esclusa la casa di abitazione, non superiore ai 20mila euro e un patrimonio mobiliare non superiore a 10mila euro. L’accesso al Rei dipende anche dalla presenza nel nucleo di un minore o di un disabile, o di una donna in gravidanza o di almeno un disoccupato con età superiore ai 55 anni.
Secondo le stime del ministero, la misura potrebbe raggiungere 780mila nuclei, pari a circa il 3 per cento delle famiglie italiane, per un costo stimato di circa 1,8 miliardi di euro. Secondo la visione governativa, si tratta di uno stanziamento iniziale di risorse che, se le circostanze politiche lo permetteranno, potrebbe aumentare nel prossimo futuro per raggiungere un maggior numero di nuclei familiari.
I numeri del Veneto
Nel Veneto, secondo stime personali basate su dati Istat It-Silc (Euronext: MLSIL.NX - notizie) relativi alle condizioni di vita degli italiani, le famiglie con un Isee inferiore a 6mila euro sono il 5 per cento, il 3,7 per cento quelle con Isre inferiore a 3mila euro e il 2,7 per cento se i due criteri sono considerati congiuntamente. Tenendo conto del vincolo patrimoniale la percentuale si riduce a circa il 2,3 per cento di famiglie.
Se invece includiamo le altre situazioni di disagio con scale che pesano la diversa composizione familiare, i maggiori costi di chi vive da solo e la mono-genitorialità, la proporzione di famiglie con Isee inferiore a 6mila euro sale a oltre il 10 per cento e al 4,7 per cento se il calcolo si fa insieme al reddito disponibile. L’esercizio mostra che se si aggiungono altre dimensioni di disagio o di esposizione al rischio di povertà, cambia in modo significativo la mappa delle famiglie che dovrebbero essere aiutate, ma non lo saranno visto che il governo si è prefissato l’obiettivo del 3 per cento.
È bene rimarcare che nel campione Istat le famiglie svantaggiate, fragili o particolarmente vulnerabili sono molto sotto-rappresentate. Gli stessi dati storici relativi alle dichiarazioni Isee si riferiscono alla sotto-popolazione selezionata che ha richiesto l’accesso ai servizi e non rappresenta con sufficiente approssimazione la popolazione del disagio. Se non si svolgono inchieste mirate a conoscere le reali condizioni di vita delle famiglie fragili, la stima della domanda latente di servizi sociali può essere fortemente distorta, e la prova dei mezzi, così come configurata, potrebbe essere poco efficiente nel riconoscere chi è in stato di effettivo bisogno.
Vi è un altro aspetto che ritengo cruciale. Supponiamo che la soglia di accesso ai servizi dell’infanzia sia in Veneto pari a 18mila euro Isee. Questo livello riconoscerebbe eleggibili circa il 38 per cento delle famiglie, di cui solo il 2,3 per cento sarebbe definito “povero” secondo i criteri fissati per il Rei. L’Istat fissa la linea della povertà assoluta intorno a 12mila euro annui di spese che dovrebbero essere una buona approssimazione del reddito disponibile. Ne possiamo dedurre, quindi, che la soglia di accesso su base Isre di 3mila euro, essendo circa un quarto della soglia della povertà, può essere considerata una linea che identifica i più indigenti.
L’Isee, così come ora disegnato, non è appropriato per identificare chi è povero. Potrebbe diventare comparabile a un indicatore della povertà se venissero eliminate le franchigie e il peso del valore patrimoniale fosse limitato alla piccola parte che potrebbe essere monetizzata per fare fronte a vincoli di liquidità determinati, per esempio, da perdita del lavoro. Se non si allineano le soglie della povertà con quelle Rei e Isee, diventa improbo per il governo monitorare e valutare l’impatto del reddito di inclusione sulla base, per esempio, del numero di famiglie che esce, se possibile in modo permanente, dalla trappola della povertà.
Alla luce di queste considerazioni, riterrei più politicamente corretto definire il reddito di inclusione una misura di contrasto dell’indigenza piuttosto che della povertà.
Di Federico Perali

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