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giovedì 4 gennaio 2018

Bond oggi: il crash degli anni ’60 si ripeterà? C’è da temerlo

 
E’ il caso di menzionare il passato per scrutare il futuro, facendo subito una precisazione: il discorso potrebbe apparire politico e avere una valenza anti Trump. Non è questo l’obiettivo. Ciò non esclude che le scelte adottate dalla Presidenza Usa riportino indietro nel tempo e siano potenzialmente tali da causare un “crash bond” simile a quello che dal 1966 colpì i mercati, con effetti duraturi negli anni successivi. Vediamo cosa capitò allora e cosa sta avvenendo ora.
1966, comincia il tracollo
All’inizio dei Sixties tutto sembrava tranquillo. Le scelte monetarie si mantennero stabili per lungo tempo, perché l’inflazione non cresceva. Poi una serie di riforme economiche dell’allora Presidente Johnson puntò ad aumentare la spesa pubblica, con il taglio delle tasse e maggiori investimenti destinati alle spese militari. Il pericolo di quei tempi si chiamava Vietnam e si temeva che – dietro lo scontro fra le forze insurrezionali filo-comuniste e il governo autoritario filo-statunitense – si nascondesse già la Cina.  Negli Usa l’economia tirava e la disoccupazione scese nel 1966 al valore record del 3,8%. I mercati non erano pronti all’inflazione, che nel 1965 si era attestata all’1,6%, dopo anni di permanenza fra l’1 e l’1,3%. Tutto sembrava tranquillo. Poi - di fronte a politici ed economisti maldestri nell’avvertire le evoluzioni in atto e nell’invertire i trend monetari - il costo della vita esplose, salendo in poco tempo al 3% e in seguito al 5% e infine al 9% nel 1975, per superare il 10% nel 1979. Le quotazioni di Treasuries e “corporate” (quelli di allora!) crollarono in poco tempo, perdendo progressivamente valore. Si disse che la speculazione era all’opera e non si guardò alla vera natura di una crisi che ebbe effetti anche in Europa.
2018, la storia ricomincia?
Le politiche degli anni ’60, tendenti a ridurre la pressione fiscale – pur necessarie, ma solo se accompagnate da tagli della spesa pubblica – e il populismo, nonché i tentativi di chi era alla guida degli Usa di essere gradito da un’opinione pubblica assai incerta riportano alla situazione attuale. Bassi tassi di interesse, convinzione che l’inflazione non tornerà, riduzione delle tasse, spese militari in crescita e soprattutto scarsa attenzione al debito statale si ripetono nella strategia di Trump, senza che la politica monetaria cerchi quanto meno di anticipare i possibili movimenti futuri. Cosa farà il nuovo presidente della Fed, Jerome Powell, da febbraio al timone della più importante Banca centrale del mondo? Quali altre riforme demagogiche penserà Trump nei prossimi anni? L’escalation militare aumenterà, con il nuovo nemico Kim Jong a svolgere il ruolo di alimentatore di tensioni? I mercati si riadegueranno velocemente al pericolo dell’inflazione, che appare pilotata dai poteri forti di un mondo nelle mani di pochi? Si tornerà – di fronte a possibili movimenti ribassisti (magari meno accentuati) dei bond – ad accusare solo la speculazione? 
Strani parallelismi
Sono domande senza risposte, almeno per ora, ma la straordinaria ripetitività dello scenario va presa in considerazione. E’ pur vero che gli strumenti oggi disponibili per valutare i trend sono mille volte più raffinati rispetto a quelli del passato, ma alla fin fine il pericolo è esattamente lo stesso: che si trascuri il rientro in scena di un’inflazione non governata. Certamente più contenuta rispetto a quella della seconda parte degli anni ’60 e poi ’70 negli Usa. Ma pur sempre inflazione, in un contesto in cui l’anno è iniziato con un sonoro schiaffo nei confronti dei tassi fissi governativi europei. Il “crash” dei Sixties e Seventies potrebbe ripetersi? Forse non in dimensioni equiparabili, ma bisogna tenere pur sempre in considerazione una realtà di dati addomesticati sull’inflazione (l’Europa ne è maestra!) e un quadro di investitori alla ricerca di alte performance ma del tutto disattenti rispetto ai pericoli di improvvisi riscaldamenti dei prezzi. Il tema è troppo attuale perché non meriti un continuo monitoraggio. Lo faremo nel corso del 2018. 

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