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lunedì 8 gennaio 2018

Bancari ancora protagonisti a Piazza Affari nel 2018


Bancari ancora protagonisti a Piazza Affari nel 2018. Dopo un anno, quello appena chiusosi, che ha visto le grandi rivoluzioni sugli istituti più piccoli e anche sui medi, chiamati a trasformarsi in spa, dopo le radicali operazioni di ristrutturazione e salvataggi dei nomi in crisi, il 2018 continuerà a portare le banche all'attenzione del mercato con la questione, in via di risoluzione, dei Npl.

Ancora Npl ma con visione prospettica

Una lunga via, a dir la verità, ancora irta di grandi incertezze.

Questo perché tutto quello che nel 2017 è stato iniziato dev'essere ancora concluso; prima di tutto gli oltre 26 miliardi di euro di cartolarizzazioni riconducibili all'operazione Mps, senza contare i quasi 17 che, tra inadempienze e sofferenze, vengono attribuiti alle due banche venete.
Ma come, il 2018, potrà portare nuovi interrogativi sul settore? La risposta è semplice: da inizio anno è in vigore il principio contabile internazionale Ifrs9 che prevede il concetto di probabilità di default prospettica. In altre parole, secondo questi nuovi parametri, gli istituti dovranno annoverare tra le incertezze dei crediti in portafoglio, anche i sub-performing loans, ovvero crediti che, al momento attuale dei fatti, sono in bonis ma che potrebbero volgersi in Npl.

Con tutte le conseguenze del caso, che si abbatteranno sui termini di patrimonio di vigilanza da accantonare. Tradotto in numeri, secondo PwC, si parla di 71 miliardi di euro di inadempienze probabili contro i già conteggiati 73 miliardi di sofferenze.
Ma il 2018 avrà al suo arco anche altre frecce, positive, sul settore bancario.
Secondo Ubs infatti, il principale punto di partenza per il 2018 sarà l'innegabile crescita economica confermata anche a livello internazionale e soprattutto omogeneamente distribuita tra i vari paesi. Per questo motivo vota Buy per 7 banche, per la precisione, Credit Suisse (t.p 19,5), Danske Bank (t.p 310), Ing, Lloyds (t.p 17,4), Santander (t.p 6,4), SocGen (t.p 49), Ubi Banca (t.p 4,5),
Andando oltre il report di Ubs, resta comunque il fatto che per i prossimi mesi la banca Centrale Europea non dovrebbe cambiare la situazione attuale per quanto riguarda il livello dei tassi di interesse.

Non solo, ma come più volte sottolineato dai vertici di Francoforte, resta anche la certezza del fatto che, quando sarà decisa l'inversione di rotta, questa avverrà con un andamento estremamente graduale. Se non altro per non destabilizzare chi, come l'Italia, rischia gravi ripercussioni con un ritorno alla normalizzazione del costo del denaro, causa debiti nazionali da record.
Anche perché esiste la consapevolezza diffusa di un'economia che, anche a livello mondiale, si regge sul debito.

Il debito mondiale

Numeri alla mano, l'Institute of international finance parla di qualcosa che al terzo trimestre 2017 ammontava a 233mila miliardi di dollari (+16.500miliardi rispetto al 2016), soldi chiesi in prestito da Stati, famiglie, banche e società finanziarie e che dovranno essere restituiti.

Un debito che, guardando ai singoli casi, cambia di volta in volta. Dal 1997 ad oggi, il debito mondiale è aumentato di 163mila miliardi che però hanno nature differenti. In Cina, ad esempio, la voce più grossa del debito riguarda quello delle famiglie mentre ad Hong Kong è quello delle imprese.
Come è facile immaginare il debito è stato creato dai vari Quantitative Easing creati a livello mondiale dalle varie banche centrali, e confermati (quando non addirittura incrementati) per circa un decennio; queste strategie di allentamento monetario hanno permesso l'immissione di oltre 15mila miliardi di liquidità, abbattendo di fatto il costo del denaro e incrementando il debito.

In realtà, però, il debito creato, stando alle conclusioni dello studio, potrebbe essere stato positivo dal momento che ha portato con sé un equivalente crescita del Pil come confermano i numeri del rapporto debito/Pil che nel 2017 è passato a 318% invece di 321%. Ma se da un lato c'è un elemento positivo, dall'altro arriva il contrappeso negativo: il debito dei paesi emergenti è ai massimi con 600 miliardi di dollari di bond in dollari emessi solo nel 2017 mentre per il 2018 si attende la scadenza di titoli per 1.500 miliardi.

E la Fed è intenzionata a rialzare i tassi, cosa che sta già facendo. Da qui la domanda: visto l'arrivo a febbraio del nuovo numero uno della Fed Jerome Powell che sostituirà la colomba Janet Yellen cosa potrebbe succedere qualora la Fed dovesse essere costretta, causa flussi di denaro in arrivo con la nuova riforma fiscale e conseguente rafforzamento dell'economia Usa, ad aumentare i tassi più velocemente del previsto?  
Fonte: News Trend Online

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