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venerdì 1 dicembre 2017

Una dura prova i market commentators

 
La seduta di ieri è decisamente di quelle che mettono a dura prova i market commentators.
Certo, i fine mese spesso producono price action bizzarre,  solitamente a causa di  sistemazioni tecniche e ribilanciamenti. Ma questo fine novembre 2017 figura parecchio in alto nella mia personale classifica delle sedute più  indecifrabili.
Cominciamo dalla parte facile.
Wall Street, che si è  presa una pausa,  zavorrata dal Nasdaq (ma attenzione, l’S&P 500 ha perso solo lo 0.04%) oggi accelera nuovamente con forza. Il momentum di breve è talmente violento che,  a meno di bruschi ripiegamenti, l’indice avrà aperto e  chiuso sopra la bollinger band superiore (ovvero 2 standard deviation sopra la  media a 20  giorni) per la  seconda seduta a  fila. Urban Carmel nota su twitter che nelle 2 occasioni in cui è successo dal  2009 ad oggi, il mercato ha poi toccato la media mobile a  50 giorni nello spazio di un mese (i.e. un discreto consolidamento). La  spiegazione sarebbe che,  solitamente, sortite di questa violenza causano una tale capitulation dei corti da causare un pullback quando il  momentum si esaurisce. Peraltro,  se  una cosa abbiamo capito, è  che il  2017 non si può definire il “solito” anno.
Supponendo che novembre si chiuda con un guadagno per l’S&P (circostanza  assai probabile  visto che a 3 ore dalla sirena dell’ultima seduta del mese siamo poco sotto  il  +3%,  avrà inanellato  ritorni positivi da gennaio a novembre (il -0.04% di marzo lo diventa tenendo conto dei dividendi). Si tratta della prima  volta in cui questo succede,  nei 90 anni in cui disponiamo dei dati. Aggiungendo al conto novembre e dicembre del 2016,  andiamo a 13 mesi a ritorni positivi a fila, anche li un record assoluto, se non erro.
Diverse statistiche suggeriscono che l’azionario US a dicembre dovrebbe tenere: la  stagionalità a dicembre è  positiva, e inoltre, negli anni positivi, quasi mai dicembre ha invertito la tendenza. Infine, nei citati 90 anni di dati, Dicembre non è mai  stato  il peggior mese dell’anno. Se quindi dovessimo avere un ritorno negativo, oltre a interrompere la serie di mesi positivi e a rovinare il record del 2017 (12/12 ) interromperemo anche quest’ultima serie.
Facendo un passo indietro, la  seduta  asiatica è  stata nuovamente parecchio  disturbata dai mercati cinesi, ancora in pesante ribasso. Se Hong Kong e Taiwan (Taiwan OTC: 6549.TWO - notizie) sono state  depresse dalla slavina dei tecnologici (che ha gravato anche Seul), anche il  resto dei settori non ha fatto molto meglio,  come si nota dalla pesantezza di Shanghai e Shenzen. Sembra che gli investitori locali non si siano “bevuti” il rimbalzo dei PMI ufficiali, manifatturiero (da 51.6  51.8) e servizi (da 54.3 a 54.8), una performance un po’ in contrasto con l’aria che si respira recentemente sul territorio.
Il sospetto è che le serie calcolate dall’ufficio statistico nazionale siano nella migliore delle ipotesi lente a cogliere i cambi di passo dell’economia, e, nella peggiore, in parte votate a gestire la  percezione della forza del  ciclo da parte del pubblico. Vedremo martedi, con i PMi markit quanto questi dubbi  siano giustificati.
Unica tra le principali piazze a salire, Tokyo, supportata dall’indebolimento dello Yen seguito al rimbalzo dei tassi di ieri (come noto i tassi giapponesi sono succubi dello Yield targeting). E poi, non è che la  produzione industriale di ottobre stamattina abbia incantato.
L’apertura europea oggi è stata gratificata da un € in calo e tassi in rialzo, un connubbio sorprendente,  quasi che la  divisa temesse una sorpresa negativa dal CPI Eurozone, mentre i tassi avessero la  preoccupazione opposta. Lo strano contesto aveva però  il merito di supportare l’azionario senza deprimere le  banche,  che infatti sono partite costruendo sui guadagni di ieri.
Alle 11 però sono stati i cambi a mostrare l’olfatto più fino: il  CPI flash Eurozone novembre ha deluso, nonostante i dati forti in Germania e Francia, salendo meno delle attese come headline (1.5% da 1.4% di ottobre) e restando al palo a 0.9% come core.
Naturalmente i bonds hanno rapidamente recuperato le perdite,  sempre con una tendenza degli spread periferici a stringere.  Ironicamente, la divisa unica ha segnato il minimo poco dopo  il dato per poi cominciare a salire gradualmente. L’azionario li per li non ha reagito granchè, ma le banche hanno sentito l’inversione di tendenza sui tassi.
Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie)   primo pomeriggio,  in US, era attesissimo il PCE deflator di ottobre, per vedere se,  infine, le pressioni inflazionistiche in US prendono un po’ forza. Il dato non è  stato certo un market mover, ma nemmeno scialbo come il CPI europeo di novembre. Lieve sorpresa positiva per il dato headline (a 1.6% vs 1.5% atteso e da un dato di settembre rivisto al  rialzo di 0.1% a 1.7%),  mentre il dato core è uscito in linea con le  attese, a 1.4%, stabile su settembre che è stato rivisto al  rialzo. Per il resto, lieve delusione su real personal  spending di ottobre, e Chicago PMI  novembre che resta su livelli stellari.
Tutto invariato? manco per sogno.
Incurante delle news macro, e del differenziale tassi in allargamento (stabili quelli US, in discesa quelli EU, coerentemente con il  quadro inflattivo),  l’€ ha preso a salire incessantemente, per arrivare a recuperare una figura piena contro un Dollaro che non trovava supporto nemmeno  dalle notizie a tratti confortanti da Washington (l’endorsement della proposta di taglio alle tasse da parte di McCain).
Ciò ha comportato l’affievolirsi dell’azionario continentale, a fronte di una Wall Street che, come già detto, è  partita di slancio.
E qui, sta l’enigma,  perchè qualunque spiegazione per la  debolezza del biglietto verde (il dissenso della Senatrice Collins, le indiscrezioni del NYT sulla sostituzione di Tillerson) cozzano sia con la forza di Wall Street, che con la  tendenza a salire dei tassi,  che si è  accentuata in serata (nuovi massimi per il  2 anni US a 1.78%,e 10 anni al 2.43%) senza che ciò  abbia fornito alcun aiuto al  Dollaro.
Cosi (NasdaqCM: COSI - notizie) , una seduta partita con un nuovo test della resistenza in area 3620 per  l’Eurostoxx, si conclude con un altro reversal, e  il completamento di una shooting star, con la  continuazione del reversal di ieri.
Il differenziale di performance odierno con l’S&P 500 supera di parecchio il punto percentuale, davvero tanto, anche per un giorno in cui l’€ recupera lo 0.5% stabilizzandosi sopra 1.19. Niente male nemmeno gli emergenti, che in un giorno in cui Wall street fa il record, e il  dollaro cala,  lasciano sul terreno lo 0.9%.
Beffa finale, a fine seduta una liquidazione sull’euribor strip ha visto  il  future dell’Euribor a 3 mesi fare un balzo di 6/8 bps.
Il movimento, di origine ignota, ha dato nuovamente supporto ad  un € che vedeva qualche presa di beneficio.
Naturalmente, si può classificare il tutto come bizzarrie di fine mese. In effetti Citigroup (NYSE: C - notizie) stamattina aveva ipotizzato che le performance degli asset in $ avrebbero indotto gli investitori esteri a vendere dollari per aggiustare le  coperture,  divenute insufficienti per  la salita di detti asset. Non è una spiegazione che mi convince troppo, ma certo i movimenti sono strani. E comunque, di recente hedgiare interamente il rischio cambio sugli asset in dollari si è rivelata una scelta assennata.

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