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lunedì 4 dicembre 2017

Riforma fiscale Usa: rally di Natale a tutto gas. Chi festeggia?


La riforma fiscale Usa dev'essere ancora approvata in via definitiva (per adesso lo è stata solo al Senato) e già scoppiano le polemiche, anche per via del fatto che, lamentano i democratici, molte parti del testo risultavano addirittura scritte a mano se non proprio cancellate o illeggibili.

La view di Goldman Sachs

Senza contare che il testo passato alal Camera è in molti punti differente da quello approvato dal Senato, con l'obbligo, quindi, di dover integrare le due versioni.

Non solo, ma sempre i democratici confermano che la legge così come è adesso, e cioè con tagli delle tasse per 1.500 miliardi di dollari, creerà un deficit tale da costringere i legislatori a dover scaricare i costi sulle fasce di reddito più basse. Tutto questo rende l'approvazione definitiva un punto interrogativo ancora più ampio di quanto inizialmente previsto.
Tutto questo, però, non impedisce agli analisti di Goldman Sachs di affermare che gli utili per le società Usa arriveranno a registrare un +14% nel 2018, che diventerebbero +5% nel 2019, traguardo che potrebbe ripercuotersi, in maniera positiva, sull'S&P500 a sua volta a 2.850 punti nel giro di un anno, per poi arrivare a 3mila nel 2019 e a 3.100 nel 2020.

Non si tratta, però, in questo caso, della classica esuberanza irrazionale dettata da aspettative ancora da verificarsi: le dichiarazioni degli esponenti politici Usa fanno presumere la volontà del Congresso di arrivare ad un testo unico per la fine dell'anno, il che ha avuto la conseguenza di favorire quel rally natalizio che tutti attendevano e che quest'anno, complici i massimi storici toccati dai listini a stelle e strisce, potrebbe essere ancora più esaltante.

Chi se ne avvantaggia

Infatti alla base dell'ottimismo ci sarebbero anche i numeri di un Pil Usa del terzo trimestre 2017 rivisto al rialzo al 3,3%, il secondo consecutivo oltre il 3%, primato che non si vedeva dal 2014, il tutto sullo sfondo di tassi ancora relativamente bassi e di una ripresa globale più ampia del previsto.

Nei particolari si parla di un taglio delle imposte che per le aziende va dal 35% al 20% con la possibilità, più volte annunciata, di far rientrare i capitali detenuti all'estero.  
Ovviamente i primi a beneficiarne sarebbero i titoli industriali (rating overweight), finanziari nel prossimo futuro, sulla scia di tassi più alti e della promessa di deregulation.
Un aiuto dalla riforma arriverebbe anche per small cap grazie alla ripresa interna e alla diminuzione costante della disoccupazione, all'aumento dei consumi e a un'inflazione ancora sottotono, buon incentivo alle spese. Finita la festa, invece per i titoli tecnologici (rating neutral) a causa del fatto che la maggior parte dei loro ricavi è fatturata oltreoceano (e il rientro dei capitali è un capitolo ancora da definire) ma anche del fatto che l'intero settore è reduce da una corsa che lo ha accompagnato per tutto il 2017.  

Non mancano le polemiche

Ua riduzione delle imposte sul reddito aumenta il reddito disponibile delle famiglie, che a sua volta alimenta i consumi personali, gli investimenti residenziali e, indirettamente, i costi del capitale aziendale - i principali segmenti dell'economia che rappresentano l'85% del PIL americano.

Tutto questo nuovo potere d'acquisto porta quindi a una crescente domanda di importazioni, mentre i mercati interni in espansione riducono la pressione sulle vendite dei prodotti e dei servizi all'estero. Il risultato è un peggioramento della bilancia commerciale. Questa, la view riportata da Michael Ivanovitch sulle colonne della Cnbc. Stando alla sua analisi, i primi beneficiari dei tagli alle imprese saranno gli esportatori cinesi, giapponesi e tedeschi i quali vedranno immediatamente aumentare gli ordini di vendita dai loro clienti americani, andando a potenziare un giro d'affari che è già stato ottimale per tutto il 2017.

Nei primi nove mesi dell'anno, infatti, Cina, Giappone e Germania avevano un surplus combinato di 372 miliardi di dollari nel commercio con gli Usa, una cifra pari a quasi i due terzi del deficit commerciale totale, in aumento del 4% rispetto allo stesso periodo del 2016.


Fonte: News Trend Online

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