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lunedì 4 dicembre 2017

Perché in Italia abbiamo i salari più bassi di tutti

 
A tenere bassa la crescita dei salari reali italiani negli ultimi vent’anni non è stata né la partecipazione all’Unione monetaria, né l’incidenza fiscale e contributiva. Probabilmente la spiegazione è che anche la produttività del lavoro è aumentata poco.
Salari tra Europa e Stati Uniti
La figura 1 mostra il livello del salario reale medio (fonte Ocse) delle cinque maggiori economie europee (Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna) più gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni.
Figura 1
Fonte: Ocse.
La misura è ottenuta dividendo il monte salari per il numero medio di occupati in quell’anno, e moltiplicando il risultato ottenuto per il rapporto tra le ore medie settimanali di ogni occupato a tempo indeterminato e le ore medie settimanali di tutti gli occupati. La misura è in Usd Ppp a prezzi costanti (anno base 2016).
Spiccano subito alcuni fattori
Il tasso di crescita ventennale dei salari medi reali è molto differenziato. Guidano la classifica i due paesi anglosassoni, Regno Unito e Stati Uniti, con aumenti, rispettivamente, del 34,2 e 31,3 per cento. Intermedia la posizione dei due stati dell’Europa continentale, con un +25,5 per cento della Francia e un +15,1 per cento della Germania. Chiude la classifica la coppia sud-europea: Italia (+6,4 per cento) e Spagna (+4,7 per cento).
L’andamento della produttività
Cosa determina differenze così sostanziali sia nei livelli che nei tassi di crescita? La teoria economica suggerisce in primo luogo un ruolo cruciale della produttività del lavoro. Concentriamoci sulla dinamica, lasciando da parte le differenze nei livelli. La figura 2 mostra l’andamento della produttività del lavoro (fonte Ocse; fatto 100 il valore 1996).
Figura 2
Quanto le dinamiche dei salari reali degli ultimi vent’anni sono spiegate dall’andamento della produttività del lavoro?
Ricordando sempre che una correlazione non implica un nesso causale, diamo un’occhiata alla correlazione tra le due serie storiche.
Tabella 1
Nella figura 3 mostriamo le due variabili – entrambe normalizzate al valore 100 nel 1996 – per ciascun paese.
Figura 3
L’analisi paese per paese ci consente di notare alcuni tratti interessanti.
In primo luogo, spicca il guadagno di competitività tedesco, costruito per buona parte durante lo scorso decennio. Su base ventennale, nonostante la produttività del lavoro sia cresciuta del 27,3 per cento, i salari reali medi sono aumentati solo del 15 per cento.
C’è poi l’interessante dinamica spagnola, con lo shock negativo verificatosi nel triennio 2007-2009 (in cui i salari reali crescono quattro volte più della produttività), poi “brutalmente” riassorbito con la diminuzione di oltre il 6,5 per cento del salario reale fino al 2014, che ha consentito un rapido recupero delle condizioni di competitività internazionale.
Infine, troviamo l’esperienza del Regno Unito, dove i salari medi reali crescono del 34,2 per cento e la produttività del lavoro di circa il venti per cento in meno (+27,2 per cento). Ovviamente in questo caso – per giudicarne l’effetto sulla competitività internazionale – va considerato il fattore cambio nominale.
Insomma, lungi dal voler stabilire un preciso legame causale, sia le indicazioni della teoria economica che l’esame degli andamenti delle due variabili suggeriscono che a tenere bassa la crescita dei salari reali italiani negli ultimi vent’anni non sia stata né la partecipazione all’Unione monetaria (Francia e Germania hanno crescite più che doppie), né l’incidenza fiscale e contributiva (i dati sono lordi). Probabilmente, a spiegare perché dal 1996 a oggi i salari reali medi in Italia sono cresciuti solo del 6,3 per cento è, semplicemente, il fatto che la produttività del lavoro è cresciuta appena del 5,8 per cento.
Di Luigi Marattin
Luigi Marattin è Consigliere Economico del Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente della Commissione Tecnica sui Fabbisogni Standard

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