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venerdì 22 dicembre 2017

Per Natale si tirano i remi in barca

 
I mercati azionari hanno stappato l’ultima bottiglia di spumante in onore della riforma fiscale USA, che verrà definitivamente firmata dal gongolante Trump prima di Natale per entrare in vigore dal 2018, puntuale come nelle migliori previsioni.
Il mitico Donald, in versione Babbo Natale, ha festeggiato l’approvazione con il suo slogan preferito (“Ora l’America torna grande”) ed ha ringraziato tutti i repubblicani che con fatica gli hanno consentito di raggiungere il primo significativo obiettivo della sua presidenza, dopo tanti passi falsi e fallimenti. Il suo fedele elettorato, secondo i sondaggi ormai ridotto largamente sotto il 50% del totale degli elettori, applaude festoso alla promessa mantenuta, mentre il resto degli americani è perplesso da un provvedimento che, per favorire le imprese ed i più ricchi, dovrebbe costare almeno 1.000 miliardi di dollari di maggior debito pubblico, proprio ora che la FED ha staccato la spina del QE. Perciò tutti i nuovi Treasury Bond che verranno emessi per finanziarla dovranno trovare compratori sul mercato. Ciò avverrà presumibilmente soltanto a tassi ben maggiori di quelli attuali, che sul decennale sono già di poco inferiori al 2,5%.
Intanto la votazione dell’Assemblea Generale dell’ONU ha ampiamente approvato una mozione di condanna agli USA per avere trasferito l’ambasciata a Gerusalemme. I numeri della votazione (129 voti favorevoli e solo 9 contrari), dimostrano che l’America sarà magari tornata grande, come dice Trump, ma nel mondo è sempre più sola e testardamente riesce ad alienarsi le simpatie anche di moltissimi alleati, che hanno votato la risoluzione (Italia, Germania Francia, Gran Bretagna, ed altri 22 paesi della UE).
Trump ha manifestato il suo livore dichiarando in perfetto stile da bullo: “Prendono nostri soldi e poi ci votano contro. Ce ne ricorderemo.” 
I mercati azionari USA hanno tentato di accendere gli ennesimi fuochi artificiali, con una buona partenza di seduta, che ha trascinato le Borse europee a volgere in positivo una mattinata stentata, ma evidentemente le polveri rialziste sono ormai bagnate e l’impulso iniziale si è poi ridimensionato sul finale in un modesto rimbalzino.
La notizia perciò diventa quella che Wall Street per la terza giornata consecutiva non è riuscita a ritoccare il record storico dei suoi tre indici principali (SP500, Dow Jones e Nasdaq100) stabilito lunedì scorso.
La giornata odierna, ultima prima della lunga pausa, che vedrà i mercati chiusi per 4 giornate consecutive (il più lungo ponte di quest’anno),  avrà il compito di difendere la positività della settimana, che verrebbe annullata da prese di beneficio appena più consistenti di quelle che si sono viste nei giorni scorsi.
In Europa basterà generalmente anche solo un piccolo segno meno odierno per volgere in negativo la performance settimanale dei principali indici, dato che il tedesco Dax oggi apre sui livelli finali di venerdì scorso ed Eurostoxx50 solo di poco al di sopra, come il nostro Ftse-Mib.
In Europa si respira comunque un’aria abbastanza dimessa, con gli indici tirati per la giacchetta dagli effetti positivi della crescita economica, che però dà forza all’euro e, per questa via, compromette la competitività delle imprese, dai dubbi sul settore bancario, che si affacciano a giorni alterni, e dall’instabilità politica e le spinte populiste e separatiste che rendono incerto il futuro dell’Eurozona. Se ricordiamo i successi europeisti di questa primavera, con la sconfitta dei nazionalisti in Olanda e la vittoria dell’euro-entusiasta Macron in Francia, viene un po’ di nostalgia, guardando la Polonia che elimina l’indipendenza della magistratura, l’Austria che porta i neo-nazisti al governo e la Merkel che pare entrata in una fase di mutismo, ai confini tra la meditazione zen e l’incapacità di proferire parola, in grave difficoltà, anche personale, a quadrare il cerchio di una nuova Grande Coalizione con i socialdemocratici, assai meno malleabili che in passato, e pressata dai movimenti nazionalistici anti-euro. In questo marasma ieri è piombata come un macigno la dichiarazione di Weidmann, Presidente della Bundesbank e futuro successore di Draghi alla guida della BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) , che ha demolito il principio di solidarietà europea alla base della due proposte di revisione degli accordi UE che si stanno discutendo in questo periodo: la proposta di aumentare i fondi condivisi in materia di difesa, migrazioni e clima, lanciata da Macron, e quella di estendere i compiti del Fondo ESM (il fondo Salvastati) per farlo diventare una sorta di Fondo Monetario Europeo, che intervenga in aiuto dei paesi che subiscono shock congiunturali, vista di buon occhio soprattutto dai paesi più periferici dell’Eurozona. Weidmann ha affermato che al momento “L’eurozona non è stata stabilizzata su basi sostenibili” e pertanto aumentare i fondi comuni ed attuare una maggior condivisione dei rischi indebolisce il principio di responsabilità individuale dei singoli paesi. E’ la classica teoria del rigore tedesco e dell’obbligo di fare tutti i compiti a casa prima di chiedere solidarietà. Per Weidmann fornire scudi di protezione condivisi contro le speculazioni che possono subire i paesi finanziariamente più deboli (come il nostro, ovviamente) renderebbe meno rigorosi i governanti di questi paesi e trasferirebbe il rischio sugli altri più virtuosi.
Non è certamente una dichiarazione natalizia, anche se purtroppo non è nuova.
Auguri a tutti i miei fedeli lettori. Che il Natale sia sereno ed il riposo ritemprante.

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