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martedì 12 dicembre 2017

Ma se i CCF li introduce anche la Germania?

 
Quella del titolo è una critica-zombie. Pensavo di essermene liberato, avendola confutata fin dai primi articoli in cui, in questo blog ma anche altrove, esponevo il progetto CCF. E invece è un morto vivente, lo ammazzi eppure ancora cammina (nel senso che riaffiora, inattesa, di quando in quando…).
Il bello è che si tratta di una critica “uguale e contraria” a un’altra. C’è chi mi rimprovera di introdurre, con i CCF, uno strumento di espansione della domanda interna, senza tener conto che in assenza di variabilità dei cambi, si verrebbe a creare un peggioramento dei saldi commerciali esteri.
E c’è chi invece ha correttamente capito che i CCF verrebbero utilizzati (anche) per ridurre il cuneo fiscale, quindi il costo del lavoro lordo (non le retribuzioni nette che invece aumenterebbero, perché i CCF vengono erogati anche al dipendente, oltre che all’azienda). Ma avendolo capito, immediatamente formula la domanda “sì con i CCF tu vuoi colmare il gap di competitività rispetto alla Germania; ma se poi i CCF li introducono anche loro ?”
Allora, riassumo per l’ennesima volta: i CCF servono rilanciare domanda interna, e quindi produzione e occupazione in Italia. Una quota va anche alle aziende, a riduzione del cuneo fiscale, il che permette di conseguire il recupero di domanda senza impatti negativi sui saldi commerciali esteri.
Quanto al rischio che la manovra possa deragliare perché i tedeschi ci imiterebbero – per mantenere un vantaggio di competitività nei nostri confronti – non c’è da preoccuparsene, per i motivi qui di seguito sintetizzati:
PRIMO, il progetto CCF prevede rilancio di domanda interna a saldi commerciali invariati: il che significa che il resto del mondo in generale – e la Germania in particolare – NON subisce penalizzazioni della sua posizione commerciale estera. L’Italia esporta di più e sostituisce alcune importazioni con produzioni interne; ma importa anche di più perché il recupero del PIL stimola gli acquisti (anche) di beni esteri. Non c’è, a priori, penalizzazione né per la Germania né per nessuno.
SECONDO, se la Germania emettesse CCF per ridurre il suo costo del lavoro, renderebbe ancora più competitive le sue esportazioni in un momento in cui il suo altissimo surplus commerciale già infastidisce parecchio i partner internazionali.
TERZO, ma se anche decide comunque di provarci, l’economia tedesca è già in pieno impiego. Se aumenta ulteriormente la sua spinta verso l’export, rischia di scoprire che non ha risorse produttive sufficienti a soddisfare la crescita della domanda totale. Il potenziale vantaggio a questo punto viene vanificato da maggiori costi di lavoro e maggiore inflazione interna (risultato quanto mai sgradito all’establishment tedesco, non ci sarebbe neanche bisogno di sottolinearlo…).
QUARTO, in ogni caso la Germania non è l’unico partner commerciale dell’Italia. Il recupero di competitività l’avremmo comunque nei confronti di tutto il resto del mondo, quand’anche la Germania cercasse di imitare – senza averne, come visto, né la necessità, né le condizioni, né l’interesse – la strategia CCF applicata al cuneo fiscale.
OK, ho abbattuto lo zombie. Prima o poi si rialzerà e tornerà a camminare. Non resterà che sparargli ancora. Ci vuole pazienza…

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