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giovedì 21 dicembre 2017

Japan... inflation flop!

Japan... inflation flop!
In attesa di osservare il risultato della formalità catalana, dove si avrà un solo risultato pilotato come accadde con l’indipendenza scozzese e con la riforma fiscale approvata, l’unica notizia degna di nota della settimana rimaneva la decisione della Bank of Japan, ormai da tempo banca centrale con stabile dimora sulla Luna…
La Banca del Giappone ha comunicato che sta mantenendo la sua politica monetaria costante, poiché l’inflazione è ancora lontana dal 2 percento, nonostante un’economia in crescita. Alla fine della riunione politica di due giorni, la banca centrale ha dichiarato di mantenere il tasso di interesse a breve termine a meno 0,1 per cento e l’obiettivo per il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni a ZERO.
“L’economia giapponese si sta espandendo moderatamente”, ha detto la BOJ in una dichiarazione.
Kataoka ha sostenuto che la probabilità che l’inflazione raggiunga il suo obiettivo del 2% è bassa e che la banca centrale dovrebbe impegnarsi in un ulteriore allentamento se i progressi per raggiungere l’obiettivo di inflazione non migliorano.
Ricordo a tutti coloro che vivono sulla luna che di inflazione in Giappone nessuna traccia da quasi tre decenni…
Qui sotto lo spettacolare risultato del QEinfinity giapponese, compreso l’ultimo disperato tentativo di qualche anno fa, dove l’inflazione si è temporaneamente ripresa solo grazie a particolari stimoli fiscali che hanno lasciato il tempo che hanno trovato…
Nelle dichiarazioni di questa mattina traspare la delusione per l’andamento dell’inflazione, rispetto alle previsioni.
Un sondaggio di Reuters ha rilevato che la maggior parte degli economisti si aspetta che la banca centrale ritiri gli stimoli dal 2018. Aspetta e spera!
Marcel Thieliant, senior economista giapponese di Capital Economics, ha detto che ci sono preoccupazioni per la sostenibilità del mantenimento di una politica monetaria allentata per un periodo prolungato. Ha detto che tassi bassi possono deprimere i profitti bancari, indebolire i coefficienti patrimoniali delle banche e ridurre i prestiti.
Su questo hanno perfettamente ragione!
Thieliant ha detto che si aspetta che il Giappone lasci la politica invariata almeno fino alla fine del 2019.”Non pensiamo che queste preoccupazioni siano valide e pensiamo che le deboli pressioni sui prezzi continueranno a dominare le prospettive per la politica monetaria”, ha scritto in una nota dopo il rilascio dell’ultima dichiarazione di politica monetaria della BOJ.
Come riportato su Milano Finanza nel frattempo  Il debito della Bank of Japan sale ai massimi storici
Le consistenze totali della Banca del Giappone (BoJ) hanno raggiunto livelli senza precedenti. L’allentamento quantitativo giapponese ha fatto salire di molto il livello del debito, per effetto dell’entità del programma nell’ultimo decennio. Da un po’ ormai ci s’interroga sulla sostenibilità di un tale livello di indebitamento.È evidente che questo livello d’indebitamento renderà molto difficile per la BoJ normalizzare la politica monetaria, per lo meno nei prossimi anni. Una diminuzione degli stimoli potrebbe provocare forti turbolenze nell’economia.
Per ora le retribuzioni non stanno aumentando e non c’è ancora l’inflazione necessaria per contribuire ad ammortizzare il debito. La BoJ sta facendo di tutto già da un po’ e non crediamo che si fermerà nel medio termine.
Per quanto riguarda invece le meraviglie che si raccontano sul mercato immobiliare americano prima degli ultimi acquisti di Natale, per stimolare il povero consumatore americano, il tutto andrebbe contestualizzato nel trend annuale, visto che le revisioni al ribasso dei dati dei mesi precedenti non vengono fatte notare…
La media da inizio anno è chiaramente negativa e l’attuale numero delle vendite, la sua media è ben sotto il livello massimo registrato a dicembre dello scorso anno.
Stesso discorso per il trend delle vendite di abitazioni esistenti, l’ultimo dato va contestualizzato con le revisioni negative dei mesi precedenti, come potete vedere dal grafico qui sotto siamo più o meno sui livelli dell’intero 2016.
Come si può notare dal grafico qui sopra l’effetto ricchezza del QE sta alimentando solo la fascia alta del mercato immobiliare americano.
Nel frattempo come abbiamo scritto è stata approvata la riforma fiscale che come immagino non produrrà alcun effetto sul dollaro nel corso del 2018…o sbaglio?
Si tratta davvero di 4000 miliardi di dollari? Proveremo a dare una risposta nel nostro prossimo manoscritto “EPIC MOMENT Outlook 2018″…
Per il consigliere economico della Casa Bianca, il rally a Wall Street continuerà perché “la riforma fiscale non è inclusa nei prezzi di borsa”. Ne è convinto Gary Cohn, l’ex presidente di Goldman Sachs reclutato dal presidente americano Donald Trump come numero uno del National Economic Council.(America24)
Ovviamente il prossimo anno arriveremo a 3000 e sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno…
“Ci prepariamo a riportare 4.000 miliardi di dollari indietro in questo stato grazie alla riforma fiscale”. Lo ha detto il presidente americano Donald Trump commentando l’approvazione da parte del Congresso Usa di una riforma fiscale da 1.500 miliardi di dollari, la più importante dal 1986. “Abbiamo superato ogni record. Si tratta del più grande taglio alle tasse della storia di questo Paese”, ha aggiunto Trump. (…)
Il vice presidente, Mike Pence, ha definito la riforma, “un miracolo per la classe media”, questo anche se la maggior parte degli analisti sostengono che non darà alcuno sgravio alla classe media e aiuterà soltanto i più ricchi e le grandi aziende americane.
Un miracolo per la classe media… infatti loro ci credono davvero!
Esistono però, come si diceva, alcune incognite. Anzitutto, la percezione di questa riforma fiscale. Un sondaggio Quinnipiac University dello scorso 13 dicembre mostra che solo il 16 per cento degli americani crede che questa riforma abbasserà davvero le tasse. Il 55 per cento degli intervistati ha un’opinione negativa della nuova legge e il 46 per cento dice che con ogni probabilità non voterà per un deputato o senatore che l’ha sostenuta. Il carattere decisamente orientato a favore di imprese e ricchi della riforma – che porta dal 35 al 21 per cento la corporate tax, taglia la tassa di successione e abbassa le imposte soprattutto per gli americani più abbienti – non è dunque passato inosservato alla maggioranza degli americani. Tanto più che mentre i tagli per i singoli sono destinati a scadere nel 2025, quelli per le imprese diventano definitivi.

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