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venerdì 29 dicembre 2017

Il male oscuro dell’azionario europeo


Mentre Wall Street continua, pur senza euforia, a permanere ancorata ai massimi storici, e ieri ha registrato un’altra seduta di modesto rialzo, le borse europee dimostrano ancora una volta di aver esaurito da giorni lo spumante e non riescono a festeggiare la conclusione di un anno che per il resto del mondo è stato esaltante, ma per l’indice Eurostoxx50, che rappresenta l’azionario europeo nel suo complesso, stasera registrerà una performance annuale solo discreta.

La colpa è di quella perdita di spinta che si è chiaramente vista negli ultimi due mesi, contrassegnati da un secco calo, ad inizio novembre, non più recuperato. Anzi, dicembre si sta chiudendo proprio sui minimi del trading range che ha tenuto ingabbiato l’indice europeo per un mese e mezzo.
Ieri, con Wall Street che non si muoveva, le borse europee hanno subito uno scivolone finale che le ha portate tutte significativamente in negativo (-0,78% Eurostoxx50). Ma è purtroppo da tempo che si va avanti (o, per meglio dire, indietro) così.
Si pensi che mentre il giorno 1 novembre la performance annuale provvisoria di Eurostoxx50 era di +12,4%, mentre quella del più rappresentativo indice azionario USA (SP500) era di +15,2%, pertanto non troppo dissimili, da quel giorno ad oggi l’indice americano ha collezionato un ulteriore balzo del +4,2 %, mentre Eurostoxx50 ha sottratto una perdita di -4,7%. 
Il confronto dei risultati finali del 2017 si avvia ad essere impietoso: un maestoso +20%  per SP500 contro un assai più modesto +7,1% per Eurostoxx50.
La colpa di tutto ciò non è certamente dovuta a fattori economici.

Il tasso di crescita dell’Eurozona si è rafforzato e tutte le agenzie che ci rimbombano di previsioni, inutili perché continuamente riviste, hanno continuamente corretto al rialzo le stime di crescita per questo ed i seguenti anni. Ultima la BCE, che nel suo Bollettino Mensile ieri ha fissato a +2,4% la crescita dell’Eurozona nel 2017 e previsto un +2,3% per il prossimo.
Anche gli utili delle imprese rappresentate nell’indice sono saliti con decisione, intorno al +14%. Sono numeri abbastanza simili a quelli che vanta l’economia americana. Allora perché laggiù si vola e qui si fatica?
La chiave interpretativa sta nella forza dell’Euro, che penalizza la competitività delle imprese europee e porta gli investitori a scontare rallentamenti negli futuri.

E, a sua volta, la forza dell’euro deriva dalla convinzione dei mercati che la politica accomodante della BCE nel 2018 cambierà verso, nonostante le dichiarazioni ufficiali che non mancano mai di ricordare la necessità di proseguire ancora a lungo con i tassi immobili sul pavimento ed il sostegno monetario per rianimare l’inflazione, ancora troppo lontana dall’obiettivo del 2%. 
Se guardiamo il cambio EUR/USD dal 2 novembre ad oggi, constatiamo una rivalutazione della moneta europea del +2,76%, ed ovviamente una analoga svalutazione del dollaro.

Sono cifre che spiegano oltre metà del rialzo americano e del ribasso europeo. Il resto lo fanno le aspettative.
In USA si è esultato per i regali fiscali di Trump. In Europa si constata la crisi della Merkel e, da ieri, l’inizio ufficiale della campagna elettorale italiana. 
Da qui al 4 marzo, e probabilmente anche dopo, se non uscirà dalle urne una maggioranza, prepariamoci a sentirne di grosse.
L’inizio è già scoppiettante, con promesse mirabolanti, come il reddito di cittadinanza nella versione 5 Stelle, il reddito di dignità e l’aumento delle pensioni minime a 1000 euro di matrice berlusconiana, la flat tax di Salvini, il Trump della Brianza, e chi più ne ha, più ne metta.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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