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martedì 5 dicembre 2017

Il fisco di Trump risveglia l’Europa

 
L’approvazione della riforma fiscale al Senato USA ha rianimato ieri le borse europee, reduci da un pesante distacco di performance rispetto agli indici americani. Apertura subito in forte gap rialzista, che è stato mantenuto fino alla fine ed ha permesso a Eurostoxx50 di recuperare metà della strada fatta al ribasso nelle tre sedute precedenti. Durante la giornata gli indici europei avevano vissuto momenti di entusiasmo anche maggiori rispetto a quel che è stato mantenuto a fine seduta, ma non c’è dubbio che le condizioni di salute sull’azionario europeo sono migliorate. A trascinare al rialzo gli indici ha contribuito il rafforzamento del dollaro sull’euro, che riflette le attese degli operatori per un significativo ritorno di flussi di denaro in USA, grazie allo sconto fiscale (14% di tassa una tantum) per le imprese che vorranno rimpatriare gli utili. Inoltre rafforza il dollaro anche la certezza del rialzo dei tassi di interesse, che la FED farà certamente la prossima settimana. Un contributo alla performance degli euro-indici lo hanno fornito anche le multinazionali europee che hanno sedi e pagano tasse in USA, per il vantaggio fiscale che riceveranno dalla nuova aliquota sulla Corporate Tax americana, che potrebbe scendere dal 35% al 20%. Ho usato il termine “potrebbe” benché il Senato abbia approvato un testo che scolpisce proprio quella percentuale. Non va infatti dimenticato che la riforma non è ancora varata, ma lo sarà da un Trump in pompa magna, che apporrà la sua svolazzante firma, solo dopo la fase di “Reconciliation”, cioè di unificazione dei due diversi testi usciti dai due rami del Parlamento americano. Questa mediazione verrà fatta dai due “Speaker”, come si chiamano là i due presidenti della Camera e del Senato, proprio nei prossimi giorni. Se sarà veloce entro fine anno uscirà il testo unificato, che sarà firmato da Trump ed entrerà in vigore. Si sta vociferando di una trattativa che, per accelerare il varo e consentire di far partire lo sconto fiscale fin dal 2018, preveda un piccolo ritocco al 22% della percentuale votata dal Senato. Stiamo a vedere.
La partenza americana è stata anch’essa in gap rialzista, benché gli indici USA avessero già venerdì recuperato quasi tutta la scivolata provocata dalle notizie sul Russiagate, ed ha consentito a SP500, Dow Jones e Russell2000 di realizzare nuovi massimi assoluti. Non così il Nasdaq100, che anche ieri ha mostrato una marcata debolezza, come capita da qualche giorno. Del resto alle grandi imprese blasonate del settore tecnologico lo sconto fiscale porta poco beneficio, dato che di tasse, in USA, ne pagano già poche e nei paradisi , dove sono domiciliate le loro filiali di fatturazione, le aliquote sono già più basse di quanto lo saranno in USA il prossimo anno.
Anche gli altri indici, però, dopo lo spumante stappato in apertura, si sono ricordati che gran parte dei benefici fiscali erano già stati scontati con i prodigiosi rialzi delle settimane precedenti e che uno dei detti più conosciuti e praticati in Borsa è il famoso “Buy the rumor, sell the news”.
Pertanto sono arrivati i venditori ed è iniziato un progressivo scivolamento degli indici, fino a chiudere il gap iniziale ed anche oltre. Dei quattro indici che seguiamo solo il caro e vecchio Dow Jones è riuscito a chiudere la seduta col segno positivo, mentre gli altri tre hanno terminato in negativo. Di (KSE: 003160.KS - notizie) poco SP500, un pochino di più il Russell2000 e con un poco tranquillizzante -1,17% il Nasdaq100.
Il comportamento americano non è ancora tale da destare preoccupazione, sebbene SP500 abbia disegnato un preoccupante “Bearish Engulfing”, una figura ribassista che sui massimi raramente fallisce. In attesa degli sviluppi, possiamo ancora catalogare l’evento col classico motivo delle prese di beneficio, data la forza mostrata venerdì nel prodigioso recupero da minimi molto pesanti. Ci vedrei una sorta di fiatone che gli indici potrebbero accusare dopo la lunga maratona rialzista dell’ultimo anno, in assenza, a questo punto, di nuove aspettative positive da scontare fin da subito. Temo che non sarà facile assistere ad un rally di fine anno cospicuo. Anche perché, in sostanza, l’ultima correzione degna di tal nome, cioè di almeno 5 punti percentuali di ribasso, l’indice SP500 l’ha fatta tra agosto ed inizio novembre dello scorso anno, durante la devastante campagna elettorale. Poi, da quando il rissoso imbonitore ha preso il comando, c’è stato solo rialzo senza correzioni, in attesa che mantenesse almeno qualcuna delle mirabolanti promesse. Ora una è arrivata e non se ne attendono altre di pari effetto a breve. Anzi, all’orizzonte il destino di Trump comincia ad accumulare nubi.
Ma intanto il biondo bullo un miracolo l’ha già fatto. E’ lo stesso che riuscì ad un altro attore, Ronald Reagan: convincere mercati ed elettori che, tagliando le tasse si ottiene la crescita senza aumentare i debiti. Ovviamente a Reagan l’impresa non riuscì, e dovette poi pensarci chi arrivò dopo di lui a risanare il buco.
Trump ha ripetuto il medesimo bluff, e secondo me non ci riuscirà neppure lui. Ma, siccome il mercato ha la memoria corta e l’avidità lunga, anche stavolta si è scommesso sulla botte piena e la moglie ubriaca. Probabilmente anche stavolta sarà il suo successore a raccogliere i cocci, e questa volta l’impresa è molto più difficile che dopo Reagan, perché mentre Reagan portò il rapporto Debito /PIL a salire dal 35% al 55%, in cambio di una crescita mediamente di quasi il 4%, Trump fa calare la sua riforma su una crescita che procede da 8 anni a tassi inferiori alla media storica e su un rapporto Debito/PIL che è già a 105%.
Ma alla speculazione importa poco. Trump ha regalato un sogno ai suoi elettori ed ai mercati e questo sogno ha permesso di impostare il “Trump Trade”, il rally delle illusioni, che ha prolungato di un altro anno un rialzo che dura ormai da quasi 9 anni e che sta assumendo sempre più la fisionomia della Bolla Dotcom che i mercati celebrarono alla fine dello scorso millennio.

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