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lunedì 4 dicembre 2017

Flash crash targato Russiagate, recupero targato tasse

 
La scorsa settimana ha visto un innegabile risveglio della percezione del rischio, con un significativo rialzo sia della volatilità implicita nei prezzi delle opzioni, che di quella espressa nei movimenti intraday dei principali indici.
Molto spesso abbiamo visto chiusure di mercato molto diverse in Europa rispetto agli USA, con una manifestazione di forza relativa decisamente favorevole agli indici americani rispetto a quelli europei, che hanno più volte accusato il colpo di un euro che, testardamente, si è riportato sopra 1,19 rispetto al dollaro.
La performance settimanale è indicativa per fotografare le differenti tendenze direzionali tra le due sponde dell’Atlantico: a livello settimanale SP500 ha fatto un tonico +1,53%, mentre Eurostoxx50 ha realizzato un mesto -1,5%. Questo comportamento divergente non è una novità, ma rappresenta la conferma di una situazione che dura dal maggio scorso e si è accentuata nel mese di novembre, in cui si è manifestata tutta la forza dei mercati azionari americani, che sono riusciti a segnare nuovi massimi storici a ripetizione, inframmezzati da correzioni insignificanti, mentre in Europa il calo ben evidente subito nella prima metà di novembre è stato seguito solo da un incerto rimbalzo, che nella settimana passata è stato quasi del tutto vanificato dal ritorno dell’indice delle blue chips europee quasi sui minimi fatti segnare a novembre. Un altro dato che dimostra molto bene il differente tono muscolare dei due mercati azionari è la distanza dai massimi dell’anno. SP500 venerdì sera si trovava ad una distanza di solo lo 0,6% dai suoi massimi annuali ed assoluti, peraltro realizzati il giorno precedente, mentre invece Eurostoxx50 per tornare ai massimi deve fare un rialzo del 5,2%.
Detto della differente impostazione dei mercati Atlantici, occorre spendere qualche parola sulla notevole oscillazione che si è vista venerdì scorso, che ha fatto vacillare (ma solo vacillare) molte certezze americane. Si pensi che in pochi minuti, tra le 17 e le 17,30 ora italiana, la tranquilla seduta americana è stata squassata da una sorta di flash crash, con l’indice SP500, fino a quel momento lievemente positivo, che ha subito una perdita di -1,7%, trascinando nel panico le borse europee, che non hanno più avuto il tempo per risollevarsi.
A generare la bordata di vendite è stata la notizia che Flynn, l’ex Consigliere alla Sicurezza di Trump, ha ammesso di aver mentito alla FBI e accettato di testimoniare contro il giovane genero di Trump sui traffici con i russi per condizionare il voto USA, con la possibilità che il caso Russiagate arrivi definitivamente a coinvolgere lo stesso Trump come parte attiva e non solo come beneficiario inconsapevole.
E’ una di quelle notizie in grado di far intravedere la possibilità di impeachment per il Presidente, come avvenne per Nixon nel 1974.
Ma col passare dei minuti, e dopo che i mercati europei avevano chiuso in forte sofferenza la giornata e la settimana, l’attenzione si è nuovamente spostata sull’altro fronte, assai più congegnale ai mercati finanziari, cioè la battaglia all’ultimo voto che in Senato stava determinando l’esito della riforma fiscale di Trump. E qui si è constatato che tutti i repubblicani, tranne uno, dopo un po’ di mercanteggiamento tipicamente italiano a base di emendamenti clientelari che hanno rimaneggiato un po’ qualche dettaglio secondario del progetto, stavano per votare l’approvazione della riforma.
Allo ra i compratori sono tornati alla riscossa ed hanno provocato un consistente recupero da parte degli indici USA, con SP500 in grado di contenere la perdita giornaliera ad un misero -0,2%, che, al di fuori dell’aridità dei numeri, significa “tanta paura per nulla”.
Che cosa possiamo aspettarci per la settimana entrante?
La logica vorrebbe che i mercati esaminassero freddamente gli effetti che avrà la riforma fiscale sull’economia USA, che si considerasse l’aumento dei tassi che a questo punto possiamo dare per certo la prossima settimana da parte della FED, che si valutassero i rischi di instabilità per l’evoluzione del Russiagate e, dato che nel weekend è risalita anche la tensione con la Corea del Nord, con l’esercito USA che sta dispiegando le batterie antimissile sulla costa del pacifico e l’uomo razzo che ha preso in giro nuovamente Trump, occorrerebbe aggiungere l’aumentato rischio che precipiti qualche imprevisto nucleare. Tutto ciò dovrebbe provocare complessivamente un aumento della turbolenza.
Ma i mercati USA, con il comportamento passato, hanno chiaramente dimostrato che alla guerra nucleare non credono affatto e che il rialzo dei tassi è ormai già digerito come effetto collaterale della forza dell’economia USA, e pertanto pare quasi benvenuto. Sulla questione Russiagate constatiamo che la velocità con cui venerdì è passata la reazione emotiva negativa fa pensare che i mercati siano ancora abbastanza scettici sulla reale consistenza delle prove a carico di Trump. O perlomeno, che considerino non imminente il precipitare della situazione politica, dato che l’immagine del magnate sta largamente beneficiando del successo ottenuto sul piano fiscale. Resta pertanto la spinta positiva che la riforma fiscale può dare ai mercati azionari. Tutta la campagna mediatica di Trump vendere gli effetti positivi del taglio delle tasse ha generato nel mercato la convinzione che essa sia significativamente pro-business e pro-crescita. Sulla prima caratteristica sono abbastanza d’accordo. E’ un regalo permanente alle imprese e ciò dovrebbe avere un effetto benefico sugli utili netti, che qualcuno ha stimato intorno al +8% annuo. Sono molto meno convinto che dia larghi contributi positivi alla crescita economica, per vari motivi. Il primo è che non è detto che se gli imprenditori hanno più soldi in tasca decidano automaticamente di investire di più. Gli anni passati hanno mostrato che nonostante l’aumento dei profitti molto marcato, gli investimenti in USA sono stati fatti col contagocce, ed infatti la crescita americane degli ultimi dieci anni è assolutamente modesta, se confrontata con quella dei decenni passati. Anche gli effetti sull’occupazione possono essere inconsistenti, dal momento che i disoccupati sono ai minimi termini, mentre quel che manca sono i milioni di lavoratori espulsi definitivamente dal sistema perché obsoleti o sostituiti dalle macchine, e che qualche sconto fiscale non basta a recuperare. Se gli sgravi fiscali anziché a pioggia fossero stati distribuiti sotto forma di incentivo alle nuove assunzioni, il discorso sarebbe diverso. Ma in USA il laissez faire, che è religione di stato, impone che le mani degli imprenditori debbano sempre essere lasciate libere di fare quel che vogliono.
In cambio di bassa crescita si avrà un enorme aumento del deficit di bilancio, che andrà a pesare sull’onere per interessi e farà lievitare ulteriormente il già elevato rapporto Debito/PIL, ora a quota 105%.
Si badi che queste obiezioni non sono solo mie, ma anche del Joint Committee of Taxation, cioè dell’ufficio studi del Congresso USA, che ha stimato l’effetto della riforma fiscale sulla crescita in un misero +0,8% in dieci anni (altro che un punto di PIL in più ogni anno, come promesso da Trump), mentre si scaverà un buco di bilancio di 1.000 miliardi di dollari, alla faccia dei tagli che autofinanziano grazie alla crescita.
Però per i mercati vale quel che vale per gli elettori: le promesse sono mantenute e gli sgravi arriveranno subito. La verifica delle bufale propagandistiche sarà una questione del futuro, e ce ne preoccuperemo quando sarà il tempo. Insomma: il solito gioco speculativo di scontare subito le cose positive e dare un calcio al barattolo dei rischi.
E’ possibile che questa pratica prosegua anche questa volta, a meno che la situazione precipiti velocemente sui fronti Russiagate e Nord-corea. Per cui non mi stupirei se la settimana si aprisse nuovamente sugli scudi per le borse USA, e se la paura di venerdì pomeriggio venisse archiviata subito come un brutto sogno. Se così fosse anche le Borse europee potrebbero risollevarsi dai supporti e ritentare un faticoso recupero.

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