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martedì 12 dicembre 2017

Fed: ultimi scampoli dell'era Yellen: le attese dei mercati


Mercati in attesa della consueta (e ultima per questo 2017) riunione della Federal Reserve, la banca centrale statunitense.

Le prospettive per i prossimi mesi?

La sensazione più diffusa è che un rialzo dei tassi di interesse sia praticamente certo, rialzo che porterebbe il range di riferimento tra l'1,25-1,50% in aumento, appunto, rispetto all'attuale forbice fissata a 1-1,25%.
Con ogni probabilità l'annuncio di quello che è a tutti gli effetti il quinto rialzo dall'inizio della politica di normalizzazione dei tassi avviato due anni fa, verrà dato nella conferenza stampa che terrà il governatore Janet Yellen, per l'ultima volta nel suo unico mandato.

La prossima, infatti, è prevista a marzo ovvero quando al comando dell'istituto non ci sarà più lei ma Jerome Powell, l'uomo indicato dal presidente Usa Donald Trump come successore della Yellen la quale, a sua volta, ha annunciato nelle scorse settimane le sue dimissioni anche come membro del board.
Un cambio della guardia che potrebbe modificare, sebbene in maniera lieve, la direzione intrapresa dalla Fed negli ultimi anni: la view di Powell, infatti, per quanto molto vicina a quella della Yellen, se ne discosta per un orientamento leggermente più restrittivo. Almeno in teoria, perché nella pratica, oltre che al resto dei membri, il futuro numero uno della Fed dovrà anche rendere conto ad altri fattori come l'inflazione, la forza del biglietto verde e il mondo del lavoro.

Il tutto senza contare delle più immediate conseguenze derivanti dall'arrivo della riforma fiscale voluta da Trump, riforma che, approvata sia al Senato che alla Camera, ma con due testi diversi, attende ora la prova dell'integrazione fra le due versioni, integrazione definitiva che si aspetta prima di Natale.

I timori al di qua dell'oceano

Ma a differenza di quanto si possa pensare, il taglio di tasse ed aliquote non sarà la panacea di tutti i mali.
I Paesi europei e Wall Street sono piuttosto preoccupati per l'impatto che le misure in arrivo potrebbe avere sui conti a stelle e strisce.

I ministri delle finanze di Francia, Germania, Italia, Spagna, e Regno Unito in una lettera indirizzata al segretario Usa al Tesoro Steven Mnuchin, esprimono diverse perplessità per alcuni elementi della riforma che finirebbero per creare delle linee di demarcazione tra le industrie Usa (agevolate) e quelle estere (ostacolate), uno schema che sarebbe in palese contrasto con le direttive del Wto e gli accordi internazionali sulla tassazione.
Per Wall Street, invece, le preoccupazioni sono altre: la riforma andrebbe a creare ulteriori aggravi economici in quegli stati in cui le imposte sono già elevate con la conseguenza di causare danni all'industria finanziaria di New York. Il tutto senza contare i numerosi affondi dei democratici verso una riforma accusata a sua volta di regalare risparmi sulle imposte alle fasce alte di reddito.
Per il futuro, sembra difficile inquadrare un trend: di fronte a una disoccupazione del 4,1%, praticamente ai minimi da oltre 10 anni, resta un mondo del lavoro fatto ancora di impieghi a tempo determinato o comunque di natura precaria, il che spiega salari bloccati in una crescita immutata dal 2010 (2,5%), sullo sfondo di un'inflazione poco inferiore al 2%.

Per quanto riguarda il dollaro potrebbe trovarsi a dover combattere con un surriscaldamento dei prezzi a sua volta derivante dalla riforma fiscale in arrivo. Prima conseguenza: inasprimento dei vari aumenti sui tassi, rafforzamento del dollaro e rallentamento dell'economia nazionale, in aumento in media di oltre il 3% come i dati sul Pil dell'ultimo trimestre confermano.

Il miracolo dell'economia “Goldilocks” 

L'appuntamento delle prossime ore, permetterà anche di constatare i primi risultati della riduzione del bilancio iniziata, lentamente, ad ottobre e che per il momento, proprio per la sua gradualità necessaria per evitare shick sui mercati, sembra restare stabile.

La speranza è quella di riuscire, non solo sul fronte Fed ma un po' in tutti i mercati internazionali, a mantenere quel perfetto equilibrio tra bassa inflazione e crescita in aumento, che ha permesso agli osservatori di creare una nuova metafora finanziaria, quella di un'economia “Goldilocks” ovvero di un’economia temperata, non troppo calda da incrementare livelli troppo alti di inflazione potenzialmente ingestibili, ma nemmeno troppo fredda da creare una recessione.

E i numeri lo confermano: di fronte a una serie di dati macro (sia in Usa che nella zona Euro), le banche centrali hanno continuato a mantenere politiche finanziarie accomodanti e quando sono state costrette a dover iniziare un'exit strategy per ovvi motivi di necessità (vedi Fed) lo si è fatto con una gradualità talmente estrema che i mercati non solo non si sono accorti del cambio di rotta ma nemmeno sembrano scontare le conseguenze sul lungo termine. 
Fonte: News Trend Online

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