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giovedì 14 dicembre 2017

Commodity, il 2018 l’anno della svolta?


Le materie prime, ad esclusione dei metalli preziosi, si stanno avvicinando ai minimi rettificati per l’inflazione raggiunti dai mercati ribassisti alla fine degli anni 90. L’origine del calo dei prezzi (in termini assoluti e corretti per l’inflazione) è stato lo scoppio in Cina della bolla della domanda di commodity, dal momento che l’economia cinese ha visto rallentare il suo tasso di crescita reale dal 10-15% a/a a un più modesto 6-7% a/a nello stesso periodo. La conseguenza diretta per i settori che generalmente investono su cicli di 5-10 anni si è rivelata un prolungato eccesso di offerta.
Dopo che il mercato ha vissuto un trend ribassista per 5-6 anni, ora ci sono le basi per una performance più duratura dei prezzi delle materie prime, poiché gli investimenti di capitale sono stati ridotti drasticamente e le scorte hanno cominciato a contrarsi, contenendo la nuova crescita dell’offerta.
Sul fronte della domanda, il primo periodo di crescita globale sincronizzata dalla crisi del 2008, sta offrendo ampio supporto alla domanda di materie prime. Di conseguenza in molte aree produttrici i fondamentali hanno smesso di essere un freno ai prezzi e, per gli investitori sull’azionario e sull’obbligazionario, alla redditività.
La migliore visibilità dell’offerta di lungo termine delle materie prime industriali, del segmento metallurgico e di quello minerario, insieme al miglioramento dei bilanci delle aziende leader del settore, offrono agli investitori interessanti opportunità nel lungo periodo.
Nel settore energetico, malgrado la flessibilità della produzione statunitense di shale oil resti una preoccupazione nel breve termine, la riduzione degli investimenti di capitale a lungo termine, che ha caratterizzato gli ultimi anni, potrebbe portare – alla fine di questo decennio – a uno squilibrio maggiore tra domanda e offerta per chi punta sul lungo periodo.  Nel breve termine, tra le società americane del settore di esplorazione e produzione energetica, un maggiore rigore nell’impiego di capitale, induce a ritenere che – anche in un mercato laterale per i prezzi dell’energia e con una produzione limitata nel medio termine – potrebbero emergere fattori di rendimento crescente per gli investitori in azioni e obbligazioni in questo settore.
Sebbene lo scenario geopolitico sempre più incerto giustifichi sicuramente il fatto che gli investitori detengano oro nel proprio portafoglio, crediamo che il principale ostacolo a un sostenuto rally dell’oro sia rappresentato dalla prospettiva di un progressivo rialzo dei tassi d’interesse reali, non solo negli Stati Uniti, ma anche nell’area euro, poiché sembra che la Bce nel 2018 possa iniziare il tapering del proprio programma di QE.


A cura di Norman Villamin - CIO Private Banking di Union Bancaire Privée
Fonte: www.finanzaoperativa.com

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