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venerdì 1 dicembre 2017

Cicli economici e cicli del credito


Questo articolo spiegherà il perché la politica monetaria delle banche centrali non avrà mai successo. L'errore fondamentale è quello di accostare l'origine dei cicli economici al settore privato, quando invece sono conseguenza delle fluttuazioni del credito.
Questo documento è stato presentato dall'autore alla UK Parliament Treasury Committee’s enquiry, dove si è discusso del fallimento della politica monetaria in seguito alla crisi del 2008.

Sommario

Viene ipotizzato erroneamente che i cicli economici nascano dal libero mercato.

Invece sono la conseguenza dell'espansione e della contrazione del denaro fiat.
L'inflazione monetaria trasferisce ricchezza dai risparmiatori e dai redditi fissi ai clienti privilegiati del settore bancario. È diventata una delle principali cause della crescente disparità tra ricchi e poveri.
Il ciclo del credito è un fenomeno ripetitivo di boom/bust.
La fase di bust è il modo del mercato per eliminare il debito insostenibile, creato grazie all'espansione del credito. Se al bust viene impedito di espletare la sua funzione, i problemi si accumulano per il ciclo del credito successivo.
Oggi le distorsioni economiche dei cicli del credito precedenti si sono accumulate fino al punto che solo un piccolo aumento dei tassi d'interesse sarà sufficiente ad innescare la prossima crisi.

Di conseguenza le banche centrali hanno poco spazio di manovra per affrontare l'inflazione futura dei prezzi.
Il coordinamento internazionale delle politiche monetarie ha aumentato la grandezza potenziale della prossima crisi creditizia e non l'ha contenuta come credono le banche centrali.
L'inversione della massiccia espansione del credito in Grecia, Portogallo, Italia, Spagna e Francia a seguito della creazione dell'euro, costituisce un rischio aggiuntivo per l'economia globale.
Le banche centrali dovrebbero smettere di utilizzare la politica monetaria come strumento di gestione dell'economia.
"Probabilmente non possiamo prevedere la prossima crisi finanziaria, né possiamo prevedere la prossima recessione." - Gertjan Vlieghe, 20 febbraio 2017, audizione davanti la Commissione del Tesoro inglese
Vlieghe, membro della Monetary Policy Committee della Banca d'Inghilterra, ha ammesso che la BoE non ha alcun motivo di perseguire la sua politica monetaria, perché è impossibile giudicarne il risultato.
Ci sono buone ragioni a sostegno di questo punto, e non riguardano modelli econometrici inefficaci, come si crede comunemente; piuttosto si trovano nei concetti economici errati dietro ai cicli economici, che non hanno la loro origine nel libero mercato, ma nell'espansione monetaria e del credito bancario.

Questo documento dimostrerà che la fonte dei cicli di boom e bust è la politica monetaria stessa.

Ipotesi monetarie moderne

L'idea keynesiana dietro lo stimolo monetario e fiscale era quella di aiutare l'economia a riprendersi da una recessione, incoraggiando un consumo extra grazie all'espansione del credito bancario e ai disavanzi pubblici.
Originariamente Keynes non raccomandò una politica di continua espansione monetaria, perché presumeva che una recessione fosse il risultato di un ciclo economico e poteva essere smorzata dall'infusione di credito extra. L'errore fu quello di non capire che il ciclo riguarda il credito stesso, e la conseguenza sarebbe stata l'imposizione di un boom/bust su quella che sarebbe stata altrimenti un'economia non ciclica.
Credere nello stimolo monetario e fiscale presuppone erroneamente la mancanza di effetti intertemporali.

Già nel 1730 Richard Cantillon descrisse l'effetto dell'introduzione di denaro ex novo nell'economia. Ci voleva tempo affinché circolasse, facendo aumentare i prezzi. Osservò che quando il denaro ex novo veniva speso, aumentavano i prezzi delle merci acquistate. Gli acquirenti successivi aumentavano ulteriormente i prezzi delle merci, e così via.
In questo modo, il denaro ex novo circolava gradualmente, aumentando i prezzi man mano che veniva speso, finché non veniva completamente assorbito nell'economia. Di conseguenza il massimo beneficio del potere d'acquisto del denaro ex novo si concentrava sui suoi primi ricevitori, principalmente le banche che creano credito dal nulla ed i loro clienti.

I perdenti sono gli ultimi a riceverlo, tipicamente coloro a basso reddito, pensionati, settore non bancario e poveri che scoprono che le loro paghe e risparmi valgono meno.
In effetti, c'è un trasferimento di ricchezza dai più poveri alle banche e ai loro clienti. Le banche centrali sembrano ignorare questo effetto, e la Banca d'Inghilterra ha persino avuto qualche difficoltà a dissuaderci citando i cambiamenti marginali nel Coefficiente di Gini, il quale non ci dice niente di come gli individui o gruppi di individui siano influenzati dalla svalutazione monetaria.
La Banca d'Inghilterra persegue politiche monetarie analoghe a quelle della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea e della Banca del Giappone.

Dovremmo come minimo mettere in discussione le loro politiche monetarie per quanto concerne l'efficacia e l'etica della svalutazione monetaria, la quale trasferisce ricchezza dai risparmiatori ai debitori.

Il funzionamento di un ciclo del credito

Segue una breve descrizione del rapporto tra credito ed attività economica, anche se è da notare che i singoli cicli possono variare in modo significativo nel dettaglio.
Prendiamo la crisi del credito come punto di partenza in questo ciclo.

Tipicamente una crisi creditizia si verifica dopo che la banca centrale ha aumentato i tassi d'interesse e ha ristretto le condizioni di prestito per ridurre l'inflazione dei prezzi, il risultato prevedibile di una precedente espansione monetaria. La gravità della crisi è proporzionale all'ammontare di debito nel settore privato in rapporto alle dimensioni dell'economia.
Inoltre la situazione è aggravata dalla coordinazione internazionale delle politiche monetarie. Mentre le crisi del 2007-2008 nel Regno Unito, nell'Eurozona e nel Giappone erano in varia misura interne, l'eccessiva speculazione sul mercato immobiliare americano, facilitata ulteriormente dalle cartolarizzazioni fuori bilancio, ha portato alla crisi in ciascuno degli altri Paesi.
Dopo aver agito come prestatore di ultima istanza nei confronti delle banche commerciali, la banca centrale cerca di stabilizzare l'economia nel periodo post-crisi.

Incoraggiando una ripresa del prestito bancario, cerca di stimolare l'economia riducendo i tassi d'interesse. Tuttavia ci vuole un po' di tempo prima che le imprese, tenendo conto della crisi appena passata, ritrovino la fiducia per investire. Risponderanno solo ai segnali dei consumatori quando diventeranno meno cauti nelle loro spese.
Le banche, che in questa fase saranno altrettanto caute nel concedere prestiti, preferiranno investire in obbligazioni statali a breve termine per ridurre al minimo il rischio.
Poi segue un periodo in cui i tassi d'interesse vengono soppressi dalla banca centrale al di sotto del loro tasso naturale.

Durante questo periodo, la banca centrale monitorerà la disoccupazione, la fiducia delle imprese e l'inflazione dei prezzi, per sondare segnali di ripresa economica. Da notare come tutti questi indicatori siano coerenti con la convinzione che il credito debba essere gestito per controllare un ciclo economico emerso dal settore privato e che il fallimento non sia colpa del credito stesso.
In altre parole, il credito è ritenuto la soluzione, quando invece è il problema.
Alla fine i tassi d'interesse soppressi stimoleranno l'attività aziendale, in quanto gli imprenditori utilizzano il basso costo del capitale per acquisire rivali più deboli e ridistribuire le attività inutilizzate.

Migliorano i loro guadagni riacquistando le proprie azioni, operazione spesso finanziata con il credito bancario, nonché intraprendendo altre azioni di ingegneria finanziaria. Le imprese più grandi, in cui le banche hanno fiducia, sono favorite rispetto alle PMI, le quali trovano più difficoltà ad ottenere finanziamenti nelle fasi iniziali della fase di ripresa.
A tal fine, la manipolazione del denaro e del credito da parte delle banche centrali finisce per discriminare le piccole imprese, ritardando la ripresa dell'occupazione.
Il consumo, infine, aumenterà, alimentato dal credito delle banche e di altri istituti di credito che gradualmente riconquistano il loro appetito per il rischio.

Il costo degli interessi sui prestiti al consumo, come quelli per le automobili, è spesso ridotto in presenza di pressioni competitive, stimolando la domanda dei consumatori. I primi a trarre vantaggio da questo credito tendono ad essere i consumatori più meritevoli di credito e le grandi imprese, incarnando quindi i primi ricevitori.
A questo punto la banca centrale, per gestire efficacemente il credito, dovrebbe aumentare i tassi d'interesse per rallentare la crescita del credito.

Tuttavia la disoccupazione mostrerà un certo ritardo e probabilmente rimarrà al di sopra del target desiderato, mentre l'inflazione dei prezzi sarà quasi certamente inferiore al target incoraggiando la banca centrale a continuare la sua opera di soppressione dei tassi d'interesse.
Tenete a mente l'Effetto Cantillon: ci vuole tempo affinché il credito bancario possa far aumentare i prezzi in tutto il Paese.
Anche se la banca centrale rialza i tassi d'interesse da questa fase in poi, sarà inevitabilmente troppo poco. Orbene, le banche commerciali saranno in concorrenza per concedere prestiti alle grandi imprese, tagliando i loro margini per guadagnare quote di mercato.

Quindi, anche se la banca centrale rialza modestamente i tassi d'interesse, i costi maggiorati dei prestiti non vengono trasmessi dalle banche commerciali.
Con Autore: Francesco Simoncelli Fonte: News Trend Online

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