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giovedì 21 dicembre 2017

Accordi commerciali migliori e assunzione di personale estero


Un cliché comune sul protezionismo è il seguente: il governo degli Stati Uniti deve negoziare accordi migliori per le società americane.
È giunto il momento di dire pane al pane e vino al vino. Questo è fascismo. Il fascismo è un'alleanza stato-imprese. Non dovrebbe esserci un'alleanza stato-imprese. Lo stato non dovrebbe essere coinvolto nel mondo imprenditoriale. Ogni volta che lo stato s'inserisce nel mondo degli affari, lo fa sempre per favorire determinate imprese a scapito di tutte le altre. C'è sempre una repressione del processo decisionale da parte dei singoli acquirenti e venditori. Non ci sono eccezioni. Ci saranno sempre alcuni vincitori e molti perdenti. Ma non vediamo i perdenti. Questo è ciò che nel 1850 Frederic Bastiat definì "la fallacia di ciò che non si vede".
Se dicessi queste cose ad un conservatore standard, annuirebbe con decisione. È convinto che lo stato non faccia alcun bene quando interviene nel libero mercato. Poi, qualche minuto dopo, mi direbbe che lo stato dovrebbe negoziare attivamente accordi commerciali migliori per le imprese americane. In altre parole, la sua impostazione predefinita sul commercio è il fascismo, ma non lo capisce. Non comprende la logica economica e non comprende il significato della cosiddetta alleanza stato-imprese.
Esiste solo una giustificazione legittima nei confronti dei dazi: fonti di entrate. In origine, secondo la Costituzione degli Stati Uniti, il governo USA non era autorizzato ad imporre direttamente le imposte sugli individui. Questo venne fatto per limitare il potere del governo federale. Quest'ultimo era autorizzato a tassare i liquori, e lo faceva. L'altra fonte principale di entrate proveniva dai dazi. Un dazio è un'imposta discriminatoria sulle importazioni, ma la sua giustificazione costituzionale nel 1787 era quella di limitare il potere del governo federale di tassare direttamente le persone attraverso imposizioni fiscali sui redditi.
Una volta che è stato approvato il 16° emendamento, è scomparsa la giustificazione dei dazi. Da quel momento in poi, il dazio sarebbe diventato l'ennesima tassa discriminatoria contro le importazioni e le esportazioni.
Sì, è un'imposta discriminatoria sulle esportazioni. Poiché gli stranieri non possono vendere tutto quello che altrimenti avrebbero potuto vendere agli americani, non possono mettere le mani sui dollari statunitensi. Quando non riescono a mettere le mani sui dollari statunitensi, non ordinano beni americani né investono in società americane. Quindi le restrizioni all'importazione sono sempre restrizioni all'esportazione e viceversa. Mi rendo conto che quasi nessun americano, o persona di qualsiasi altra nazionalità, lo capisce, perché coinvolge un ragionamento economico e le persone non sono abili nel ragionamento economico.

NEGOZIARE CONTRO LA LIBERTÀ

Questo mi porta a discutere dell'idea che gli stati dovrebbero imporre dazi e altre quote contro le nazioni straniere.
Perché una qualsiasi agenzia governativa dovrebbe favorire una qualsiasi impresa americana? Qual è la logica economica sottostante? Questo è un altro esempio di interferenza statale nelle operazioni del libero mercato. Ciononostante gli americani che sostengono di non volere l'intervento statale nel mercato, insistono che un negoziatore americano abbia l'obbligo di staccare un accordo migliore per l'America.
Per l'America? Per un collettivo? Per tutta l'America? Come? Lo stato non può farlo in nessun altro campo economico. È sempre discriminatorio. Ci sono sempre vincitori e perdenti. Com'è possibile che i negoziatori ottengano un accordo migliore per tutti gli americani? Non possono. È un mito.
Il mercato libero non significa ottenere un accordo migliore per l'America, o per lo stato della California, o per la contea di Los Angeles, o per qualche comune. Il libero mercato è un'estensione istituzionale della libertà personale. È un'estensione dell'idea della proprietà privata. L'idea della proprietà rimanda inevitabilmente all'idea di rinunciare a tale proprietà. Se non posso vendere legalmente qualcosa, non ne ho la piena proprietà. Quindi il compito dello stato dovrebbe essere chiaro: difendere il mio diritto ad acquistare o vendere indipendentemente dall'opinione di chiunque altro. Se questo porterà ad un cosiddetto deficit commerciale nazionale, non deve importare allo stato. Se condurrà ad una eccedenza commerciale nazionale, neanche questo deve importare allo stato.
La maggior parte delle persone non ci crede. Non credono che il libero mercato sia un risultato istituzionale del diritto della proprietà privata. Credono che il mercato e il commercio internazionale non siano un libero mercato, ma piuttosto un'estensione del governo federale.
Il compito del governo federale, come definito dai suoi agenti, è quello d'interferire con il processo di mercato. La maggior parte degli elettori accetta questa giustificazione intellettuale del potere federale nel caso delle imposte discriminatorie sulle vendite chiamate dazi. Amano i negoziatori burocratici che vanno davanti ai negoziatori burocratici di altre nazioni e cercano di ottenere un accordo migliore.
Un accordo economico migliore è promosso dal libero mercato. Un accordo economico migliore non viene mai promosso dal governo federale.
L'unico modo affinché gli stati possano negoziare con un altro governo, è quello di minacciare sanzioni negative. La minaccia è questa: "Alzeremo i dazi se non riducete i vostri dazi". Questo significa minacciare d'imporre un'imposta discriminatoria sui consumatori americani.
In passato, questa minaccia ha portato a guerre commerciali. Queste sono guerre tariffarie. Sono guerre per espropriare la ricchezza dei cittadini da entrambi i lati del confine. I negoziatori statali minacciano di rubare dagli importatori e gli esportatori di beni nelle loro nazioni.

GUERRA DEI DAZI, LO STILE LIBERTARIO

Nel 1969 ho scritto un articolo: "Guerra dei dazi, lo stile libertario". È stato pubblicato sul The Freeman. Lo conclusi così:
La guerra statalista dei dazi è irrazionale. Essa sostiene che, poiché i propri cittadini sono feriti da una restrizione sul commercio estero, possono essere aiutati da ulteriori restrizioni sul commercio estero. Si tratta di una manifestazione contemporanea del vecchio cliché, "Si è tagliato il naso per far dispetto al suo volto." È tempo che noi accettiamo le implicazioni delle tesi di 260 anni fa di David Hume. Il modo migliore per superare le restrizioni al commercio, a quanto pare, è quello di stabilire politiche che incoraggino le persone a commerciare di più.
Non riesco a far capire questa idea ai cosiddetti libertari che favoriscono le agenzie governative come negoziatori per le imprese, così come non riesco a convincere Pat Buchanan che le imposizioni fiscali discriminatorie sugli americani sono una cattiva idea. Questa mentalità è semplice: "Lo stato è qui per aiutarci e dobbiamo renderlo più forte".
Chiunque sostiene i dazi, e chiunque sostiene la negoziazione tariffaria da parte delle agenzie governative, è afflitto da questa mentalità schizofrenica.
Se siete afflitti da questo tipo di pensiero, sedetevi e ripetete più e più volte: "Il governo federale non è qui per aiutarci, è qui per aiutare gruppi con interessi speciali che agiscono contro i miei di interessi".
La migliore risposta ad una nazione straniera che aumenta i dazi contro le importazioni statunitensi è quella di ridurre i dazi contro le esportazioni di tale nazione. I venditori di beni in quella nazione avranno quindi un sacco di dollari da spendere e dovranno spenderli da qualche parte in America. Il commercio, dopo tutto, è una via a due sensi. Più commercio c'è, più è ampia la gamma di scelte per gli americani. Questa è la tesi alla base del libero scambio. Il libero scambio non ha mai aiutato determinati gruppi con interessi speciali a scapito degli americani che vogliono scambiare.
L'approccio migliore per negoziare accordi migliori sul commercio è quello di consentire agli acquirenti ed ai venditori su entrambi i lati di un confine di negoziare essi stessi. Tenete il governo degli Stati Uniti fuori da questa storia.

"LE IMPRESE CHE ASSUMONO PERSONALE ESTERO SONO IRRESPONSABILI"

I critici di quelle imprese che assumono lavoratori stranieri, sostengono che questi dirigenti aziendali agiscono in modo irresponsabile. Parafrasando la madre di Forrest Gump: "Irresponsabilità è, chi irresponsabilità fa".
Nei confronti di chi i dirigenti aziendali sono responsabili? Fino a quando i critici non chiariscono questo punto nella loro mente, dovrebbero mantenere la bocca chiusa. Si intromettono in cose che non capiscono.
Innanzitutto, i dirigenti hanno un obbligo economico nei confronti dei clienti. Questo non è un obbligo legale, supponendo che non commettano frodi, ma è un obbligo economico. Se violano gli standard morali dei clienti che servono, perderanno una certa percentuale di questi clienti. I clienti decideranno che i dirigenti non stanno facendo la cosa giusta e quindi andranno a comprare da aziende i cui gestori fanno la cosa giusta, almeno secondo suddetti clienti. I clienti decidono se acquistare o meno da una determinata azienda. Questa decisione ha un impatto economico sullo stato finanziario delle imprese e quindi anche sulla capacità dei manager di trarre profitto dalla loro posizione di manager.
Se i clienti decidono che il prezzo è giusto e la qualità è giusta, allora acquisteranno da una determinata azienda.

Autore: Francesco Simoncelli Fonte: News Trend Online

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