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mercoledì 8 novembre 2017

Un anno di Trump. Come stanno l'economia Usa e quella mondiale?


Un anno fa, Donald Trump veniva eletto 45esimo presidente degli Stati Uniti d'America, a sorpresa, battendo tutti i pronostici e soprattutto creando timore in tutti quei (tanti) analisti che avevano già intravisto un futuro incerto, se non disastroso, per l'economia Usa.

L'anniversario

Ma ad un anno esatto da quel giorno, Wall Street non può far altro che vantare una serie di record storici, spesso toccati in contemporanea su tutti e tre i listini principali.
Negli ultimi 365 giorni, infatti, i mercati a stelle e strisce hanno registrato un aumento del 20%, aumento che, guardando ai singoli indici, vede un Dow Jones a +28,7%, l'S&P500 al 21% e il Nasdaq addirittura del 30,3%. Inoltre, sempre a differenza di quanto pronosticato, il dollaro non è crollato come si credeva, sebbene abbia visto una fase di temporanea debolezza, e i rendimenti obbligazionari hanno mantenuto i livelli che avevano nell'immediato passato.

Proprio sotto la presidenza di Trump, lo stesso che, sempre ad un anno dal suo arrivo alal Casa Bianca, non può invece vantare nessuna delle tante riforme proposte in campagna elettorale. Tra le riforme più o meno approvate, anche il famoso Muslim Ban, poi diventato Travel Ban, che è stato più volte modificato e altrettante volte respinto dai giudici perchè ritenuto incostituzionale.
Non solo, ma la situazione più eclatante di queste, è stata quella riguardante l'abolizione dell'Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal suo predecessore, Barack Obama, oggetto di una serie di clamorose sconfitte al Congresso anche ad opera del rifiuto dei repubblicani, consci del fatto che, con l'applicazione della riforma voluta dal presidente, molte fasce di popolazione, in particolare quella più debole, si sarebbero trovate prive di ogni copertura sanitaria. 

Le politiche protezioniste 

Ma le mancate approvazioni delle disposizioni presidenziali, in alcuni casi, si sono dimostrate anche un bene, come, ad esempio, per le politiche protezioniste che il tycoon ha sbandierato in campagna elettorale e che, con qualche accenno, ancora riesce a riesumare in occasione dei viaggi ufficiali, ultimo di questi, quello in Giappone.

Durante la visita ufficiale di questi giorni, infatti, il presidente ha ricordato al primo ministro Shinzo Abe che mentre negli Usa il mercato delle auto giapponesi è ampio, a Tokyo le corrispondenti statunitensi, invece, non trovano ancora sbocco. A salvare la situazione è stata anche la mancata contrazione degli scambi commerciali con il Vecchio Continente che, anche grazie a questo, ha potuto sfruttare una inaspettata quanto propizia ripresa.
Innegabile che l'atteggiamento del repubblicano e la sua politica dell'America First, abbia dato nuove spinte ai nazionalismi che hanno visto negli scambi multilaterali, il primo nemico del mercato del lavoro e dell'economia interna
Ma in campagna elettorale Trump ha anche spinto per l'approvazione, da parte del Congresso, una serie di investimenti nel settore della Difesa e in quello delle infrastrutture che, negli Usa, hanno effettivamente bisogno di una forte azione di ammodernamento.

Purtroppo questo è andato contro non solo alle esigenze di bilancio di stato, in lotta ormai perenne con un debito pubblico record (a settembre si superava la soglia dei 20trilioni di dollari), ma anche con la visione storicamente accettata dai repubblicani che non hanno mai visto di buon occhio l'interventismo di stato, ancora di più in caso di coperture incerte.
Una situazione che, paradossalmente, ha messo a nudo anche un altro grave problema nato in parallelo alla designazione di Trump come sfidante della candidata democratica Hillary Clinton: la frattura (insanabile) all'interno del partito repubblicano. Eppure, nonostante tutto questo, l'economia Usa ha registrato, nel suo ultimo trimestre, un Pil che aleggia al 3% ma che, secondo molti analisti, potrebbe essere nell'immediato futuro ancora più alto.

Tutto merito del Trump Trade? La prova potrebbe arrivare presto, soprattutto ora che le banche centrali, Fed e BoE in primis, proprio in virtù di una crescita globale che è registrata ai massimi del 2011, si stanno posizionando verso un drenaggio della liquidità anch'essa a livelli record, finora immessa.


Fonte: News Trend Online

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