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lunedì 6 novembre 2017

Riforma Fiscale Usa: non è ancora detta l'ultima parola


Quella che si sta verificando all'interno del Congresso statunitense è una vera e propria resa dei conti per il partito repubblicano.

I problemi dei repubblicani

Preda di forti divisioni già ai tempi della candidatura ufficiale di Donald Trump, il partito conservatore deve riuscire a conciliare la necessità di ritrovare identità, credibilità ed unità in vista delle elezioni di medio termine previste per marzo (il biglietto da visita di corposi tagli alle tasse sarebbe un'assicurazione perfetta) ma anche riuscire a condurre in porto l'approvazione della riforma fiscale voluta da Trump stesso, se non altro per non evidenziare per l'ennesima volta, i dissidi con il suo più alto rappresentante.

In questi giorni è stato depositato il testo della legge che prevede un prelievo del 20% per le aziende, (-15% rispetto all'attuale soglia del 35%) mentre le aziende che fatturano all'estero possono rimpatriare i capitali detenuti all'estero pagando una tassa del 12% in otto anni. Diversa al questione, invece, per il ceto medio: di fronte al calo delle aliquote sui redditi, resta l'obbligo di rinuncia per alcune detrazioni fiscali non più valide.
Stando all'analisi del Joint Commettee on Taxation, la commissione tributaria congiunta del Congresso che si occupa di analizzare l'impatto della riforma sul debito nazionale e sui contribuenti, a dover pagare il tributo più oneroso, sarebbe proprio la classe media, la stessa che aveva ricevuto da Trump assicurazioni esattamente contrarie in merito.

I particolari della riforma

Durante la campagna elettorale e i vari comizi per difendere la riforma, il presidente, infatti, aveva fatto leva sulla possibilità per il ceto medio, di vedersi aumentare il peso del portafoglio, anche in virtù della necessità, da più parti proclamata, di aumentare i salari rimasti al palo.

Cosa che evidentemente la riforma da 1,5 trilioni di dollari potrebbe non essere in grado di assicurare. Una manovra i cui particolari vedono la riduzione degli scaglioni da 7 a 3 (12%, 25% e 35%), sgravi fiscali, come detto sopra per le imprese, ma soprattutto una semplificazione generale che permetterebbe ai contribuenti di rendere più comprensibile il rebus del tax code statunitense.
Poche le voci contrastanti il progetto, come ad esempio il senatore del Tennessee Bob Corker e il deputato texano Kevin Brady, allarmati dalle mancate coperture che potrebbero crearsi. I primi delusi, oltre la fascia media dei contribuenti, sono le piccole e medie imprese, escluse dalla maggior parte delle agevolazioni, riservate per lo più alle multinazionali.

Infatti i provvedimenti sui tagli riguardano la corporate tax e per le medie imprese lo sgravio è al 25% solo per il 30% del loro reddito. A questo si aggiunga anche che sono state tolte diverse detrazioni sui versamenti in beneficenza, versamenti che le pmi effettuavano in modo da vedersi alleviata la pressione fiscale e migliorata anche l'immagine a livello nazionale.Alla luce di questa situazione è facile aspettare che le diverse lobby e soprattutto i vari poteri, promettano battaglia e che la promessa di Trump di far approvare la riforma entro Natale, resti non mantenuta.


Fonte: News Trend Online

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