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venerdì 17 novembre 2017

La zavorra bancaria frena la Borsa italiana


Succede spesso che le inversioni di tendenza avvengano a metà settimana. Il motivo comportamentale lo possiamo ricondurre al fatto che il lunedì ed il martedì, quando seguono andamenti molto direzionali avvenuti nella settimana precedente, subiscono una sorta di effetto di inerzia direzionale, provocato dal posizionamento ritardato degli operatori che per prendere decisioni operative attendono il week-end, per ragionare a bocce ferme.
Pertanto si posizionano nei primi giorni della settimana successiva. Peraltro chi vorrebbe l’inversione di tendenza è portato ad attendere ed osservare come si comportano i primi giorni della settimana, per evitare di prendere posizione troppo in anticipo e trovarsi dalla parte sbagliata.

Per questi motivi le svolte di mercato avvengono spesso di mercoledì, ed a volte persino nel pomeriggio del mercoledì, appena completata la metà esatta del tempo che occupa una settimana borsistica.
Anche stavolta è avvenuto così. Il calo dei mercati ha occupato tutta la scorsa settimana e, senza nessun pericolo che venga riconosciuto come epocale, ha causato comunque un po’ di apprensione in Europa, mentre in USA, sull’indice più rappresentativo SP500, ha raggiunto a malapena la distanza massima di -1,2% dai massimi assoluti.

Ma, si sa, l’incapacità di scendere è ormai la caratteristica dominante delle borse americane nell’era di Trump, per cui bisogna accontentarsi di queste mini-correzioni.
Il calo è perciò proseguito per inerzia anche nei primi due giorni e mezzo di questa settimana, fino al pomeriggio di mercoledì, ed ha portato gli indici Europei a mettere in pericolo il trend rialzista principale, andando a testare supporti chiave che avrebbero aperto la porta ad accelerazioni ribassiste ed inversioni di trend di medio periodo.

Ma mercoledì pomeriggio ecco che i compratori sono tornati in azione, causando dapprima il rimbalzo dei mercati europei e ieri anche quello delle borse americane.
Il risultato è che gli indici USA hanno mostrato i loro muscoli pieni di estrogeni e sono riusciti a recuperare quasi tutta la distanza che li separava dai massimi assoluti.
Il tecnologico Nasdaq100, che continua a beneficiare delle buone trimestrali del settore, è riusciti addirittura a battere il precedente massimo storico. Gli altri indici più noti, Dow Jones e SP500, dopo i suono della campanella di fine seduta di ieri si trovano rispettivamente a -0,6% e -0,4% dai rispettivi record storici, con ottime possibilità, oggi, di batterli e chiudere in gloria la settimana.
L’Europa invece, a dimostrazione dell’enorme differenziale di forza esistente tra le due sponde dell’Atlantico,  ieri è riuscita a proseguire nel rimbalzo non senza una certa fatica,  con percentuali di recupero assai minori di quelle realizzate dagl’ indici USA.

Dato poi che la correzione precedente in Europa è stata assai più incisiva dell’inezia che ha fatto soltanto il solletico agli indici americani, la fotografia che ci consegnano gli indici europei è assai più sbiadita, anche se in miglioramento. La distanza dai massimi dell’anno di Eurostoxx50 è ancora di oltre il 4%, quella del tedesco Dax del 3,7% ed infine quella del nostro Ftse-Mib è del 4,2%.
Direi che il sincronismo con i mercati americani è andato a farsi benedire e le possibilità che in Europa su superino i massimi quando lo faranno gli indici USA sono ridotte a zero. Per vedere l’Europa nuovamente ai massimi credo che ci vorrà una manifestazione di forza da parte di Wall Street piuttosto significativa.
In Europa spicca il fatto che il nostro indice Ftse-Mib sia tornato ad essere con una certa costanza nel gruppo dei peggiori.

Anche ieri ha faticato a chiudere la seduta con un modesto segno positivo e per lunghi tratti della giornata è stato in ribasso, in compagnia solo di quello greco.
Il motivo è dovuto ai crucci che travagliano il settore bancario, sul quale gli investitori stanno riducendo l’esposizione, spaventati da quel che sta succedendo agli aumenti di capitale di Credito Valtellinese e Banca Carige.
Queste due piccole banche sono alle prese con l’operazione di pulizia dei bilanci dalle numerose sofferenze. La prima lo ha deciso da pochi giorni ed ha scelto una pulizia molto impegnativa, per voltare pagina una volta per tutte, cercando così di imitare Unicredit. Ma gli amministratori, che hanno dovuto proporre un aumento di capitale da 700 milioni, non hanno fatto i conti con l’oste, dato che gli investitori non sembrano affatto disposti a tirare fuori una cifra di tale portata.

Il risultato è stato una corsa a disfarsi del titolo, vendendolo al meglio e senza andare per il sottile. Il crollo di Creval è iniziato il 7 novembre, il giorno prima del comunicato degli amministratori. Strano? No. Siamo in un paese in cui la Consob passa il tempo a far girare scartoffie e inventare burocrazia e non si preoccupa affatto di controllare gli atti di “insider trading”.
Che qualcuno sappia le cose in anticipo e ne approfitti è vietato dalla legge, ma in Italia, come sappiamo, quel che è vietato diventa subito sport nazionale, dato che nessuno controlla. Lo sappiamo bene, dopo le vicende dei fallimenti e salvataggi delle banche venete e di quelle toscane avvenuti nei mesi scorsi, che oggi occupano il gossip politico con il comico rimpallo di responsabilità su chi doveva controllare e chi non lo ha fatto.

State tranquilli. Anche su queste vicende, che occupano una Commissione Parlamentare presieduta da Casini (nomen omen!), che sta facendo finta di indagare, ma già si prepara a finire in fretta, dato che la legislatura è ormai agli sgoccioli, non troveranno nessun responsabile. Il conto è stato già pagato da 60 miliardi di euro di denaro di noi tutti (quasi mezzo punto di PIL) e, chi ha avuto ha avuto… chi ha dato ha dato… scurdammoce ‘o ppassato.
Tornando a Creval, che il 6 novembre valeva 2,92 euro, dopo 8 sedute di vendite a gogò ora è arrivata a 1,15 euro.

Parliamo di un calo del 60%, che deve aprire gli occhi a chi crede che quando i titoli scendono sia un’occasione per comprare.
Ora il problema per gli amministratori diventa a quale livello fissare il prezzo delle azioni nuove per avere qualche possibilità di recuperare i 700 miliardi di capitale necessario.
E per gli azionisti quello di decidere se partecipare o meno ad un aumento così diluitivo. Pertanto questa banca rischia di andare in liquidazione se non troverà in fretta qualche altro istituto disposto ad assorbirla.
Diversa, ma non meno drammatica la situazione di Banca Carige, obbligata da tempo ad un aumento di capitale da 560 milioni che non riesce a partire perché non si riesce a completare il consorzio di garanzia che se ne faccia carico in pieno.

Il rischio di fallimento dell’operazione è abbastanza elevato ed il titolo è sospeso in attesa di trovare istituzionali disposti a farsi carico di parte delle nuove azioni che saranno emesse. 
Queste situazioni caotiche su piccole banche mettono in apprensione anche gli investitori posizionati sulle banche più grandi, specialmente sulle grandi popolari (BPER, Banco BPM, UBI), abbastanza cariche di sofferenze, che temono che prima o poi la Vigilanza BCE imponga anche a loro di intensificare la pulizia di bilancio e li costringa ad entrare nel tritacarne degli aumenti di capitale, di cui il mercato, come dimostrano le vicende di Creval e Carige, non viole proprio sentir parlare.
La settimana termina pertanto in ordine sparso.

Sorridono le borse USA, migliorano timidamente quelle europee, riflette con qualche preoccupazione la borsa italiana. Speriamo che il week end porti consiglio.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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