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giovedì 23 novembre 2017

Gli Usa al Thanksgiving Day. Con qualche ombra all'orizzonte


Oggi l'America festeggia il Giorno del Ringraziamento con tanto di tacchino sulla tavola come vuole la tradizione e, di conseguenza, Wall Street chiude i battenti. La patata bollente dell'euro a 1,18, dunque, resta nelle mani dei mercati europei che si lasciano influenzare dall'andamento delle valute.

I timori di un'inflazione bassa a lungo

Ma cosa ha causato il cambio di rotta così repentino? Ovviamente la risposta è la Fed che ieri ha confermato l'aumento dei tassi di dicembre, sottolineando, però, ancora il pericolo dell'inflazione troppo debole: ancora troppo lenta, soprattutto se esaminata nel medio periodo, quello dei 5 anni, in cui è impossibile non notare come il costo della vita non abbia mai toccato il 2% e nemmeno sia arrivato ad avvicinarglisi.

Difficile, perciò, che la situazione cambi nei prossimi 12 mesi, anche perchè nemmeno il mondo del lavoro riesce a dare una spinta, come teoricamente dovrebbe. La piena occupazione, ormai a portata di mano, dovrebbe facilitare l'aumento dei salari e la richiesta di manodopera, cosa che sta accadendo, ma non le conseguenze sperate.
Da qui i sospetti che quello che sta accadendo e soprattutto le dinamiche che fino ad ora hanno tenuto a freno l'inflazione, non siano passeggere come inizialmente sospettato ma strutturali. Non solo, ma questo raGli operatori vedono l'avverarsi delle intenzioni della banca centrale Usa con una percentuale superiore al 90% che, tradotta in numeri, significherebbe un rialzo di 25 punti base ovvero una forbice del costo del denaro tra 1,25-1,50%.

Prima conseguenza: salto del rendimento sul decennale Usa arrivato a 2,32%. Seconda conseguenza: aumento delle paure per un contraccolpo sull'obbligazionario soprattutto sul fronte societario visto l'altissimo livello di debiti contratti e favoriti dai tassi bassi garantiti per anni, tassi che, ovviamente, hanno spinto molte aziende a contrarre oneri che, con una stretta ormai imminente, potrebbero non essere in grado di onorare o, quanto meno, di farlo con fatica.
A discapito dei conti sul cui futuro potrebbero abbattersi le conseguenze. Ma non è solo questo a sollevar qualche timore di troppo: uno squilibrio anche minimo potrebbe avere ripercussioni enormi sul fronte dell'azionario, fronte sul quale si ha a che fare con una Wall Street che da tempo cavalca i massimi e che proprio nelle ultime sedute ha toccato nuovi record.

I segnali del mercato

Da parte del mercato arrivano però, segnali contrastanti.

Se da un lato, infatti, gli indici a stelle e strisce hanno visto nuovi, ennesimi record, dall'altro, la differenza tra i rendimenti decennali e quelli a due anni dei titoli di stato USA hanno registrato un differenziale che non più tardi di un paio di giorni fa è sceso a 60 punti base, con rendimenti che, sui dieci anni, sono di poco superiori (0,60% contro l'1,25% di inizio 2017) di quelli a due anni.
La curva dei rendimenti si sta dunque appiattendo come da molti tenuto? Un comportamento del genere solitamente si ha quando il mercato intravede un possibile rischio di default o, come appunto per i titoli di stato, una crisi economica da parte del governo che li emette. In realtà quello dei tassi bassi è un trend mondiale: basti pensare che attualmente si registra una media sui rendimenti che è la più bassa in assoluto nella storia, con un fenomeno a dir poco anomalo, il record dei tassi negativi, fenomeno che riguarda 11mila miliardi di dollari in obbligazioni con tassi negativi.

Un effetto collaterale di una cura drastica creata ad hoc all'indomani dello scoppio della crisi dei mutui subprime del 2007 e che ha costretto le banche centrali ad iniettare, nel tempo, oltre 15mila miliardi di dollari di liquidità. 
Fonte: News Trend Online

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