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lunedì 27 novembre 2017

Bond oggi: Venezuela, come la pensano gli istituzionali

 
Sono i bond meno cari dell’intero panorama dei governativi emergenti e non potrebbe essere diversamente, visto il crollo delle ultime sedute. Ecco perché – malgrado il parziale default – in molti si muovono attorno alle esangui emissioni venezuelane, attraendo ancora i piccoli investitori, timorosi da una parte di ulteriori ribassi delle quotazioni e speranzosi dall’altra di rimbalzi. In questo quadro come si muovono i grandi gestori di fondi? Si dichiarano attenti alle evoluzioni delle vicende ma anche assai prudenti. Le opzioni possibili sono tre ai loro occhi:
  1. Una ristrutturazione globale del debito ma senza un reale e generalizzato default, il che consentirebbe a Caracas di muoversi – malgrado tutto – da una posizione di forza.
  2. Un default globale.
  3. Un default parziale dei titoli di Stato, mentre per quelli della controllata Pdvsa – società petrolifera – il pagamento delle cedole proseguirebbe, per non indebolirla nel reperimento di fondi sui mercati internazionali.
Big fra restii e fiduciosi
Intanto c’è fra i gestori chi ha deciso ogni stop in riferimento all’operatività sui bond venezuelani e chi invece resta attivo. Quelli di T Rowe Price, global investment management, pensano che il rischio maggiore per Maduro sia proprio il default, che travolgerebbe il regime. La probabilità viene quindi smorzata e si guarda così con un certo interesse alle scadenze corte, favorite in previsione di una ristrutturazione del debito.
Molto più prudenti quelli di Neuberger Berman, per i quali la valutazione sul debito di Caracas è “sottopesare”, poiché ritengono che le potenzialità di un’effettiva ristrutturazione siano basse. 
Diversa (Amburgo: XA6.HM - notizie) la posizione di Pictet Asset Management, i cui gestori esprimono un giudizio “sottopesare” per la parte corta della curva (1-5 anni) e “sovrapesare” per quella lunga (10 anni e oltre), motivando la scelta nella possibilità di un cambio della guardia alla guida del Paese nel medio termine. 
Non pochi però gli operatori istituzionali che si dichiarano contrari a posizionamenti sul debito venezuelano, ritenuto ormai da anni ultra rischioso.
Il vero timore è un altro
Il maggiore fattore di incertezza, su cui si esprimono in molti, è però che i governativi di Caracas vengano sospesi dagli indici riferiti ai bond emergenti, il che li trascinerebbe verso una liquidità sempre minore. Al momento è questo il fattore che preoccupa di più. Inoltre si paventa che i tempi della ristrutturazione si allunghino di molto e che nel frattempo non solo i fondi Usa ma anche quelli di altri Paesi siano costretti a non parteciparvi, per vincoli di natura puramente politica. Ciò non esclude che ci sia chi ritiene come i prezzi correnti scontino qualsiasi ulteriore cattiva notizia, il che porterebbe a considerare quella dei 25 $ - su cui si muove ora la maggior parte delle emissioni quotate anche in Italia – un’area di riferimento per i prossimi mesi e anni. 
Qualche certezza sembra quindi affiorare da un contesto di diffuse incertezze, in un quadro in cui il rialzo delle quotazioni del petrolio dovrebbe aiutare. Se restasse stabile sui livelli di oggi Caracas ritroverebbe fiato, rendendo ancor più lunga una vicenda che sotto certi profili assume i caratteri della commedia (seppur tragica per i venezuelani). 

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