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venerdì 13 ottobre 2017

Volatilità ai minimi, non è la prima volta

Volatilità ai minimi, non è la prima volta
Sono animali strani gli investitori: sempre pronti a lamentarsi. Nove anni fa, quando la borsa si risollevava da un feroce bear market, denunciavano un eccesso di volatilità che, comprensibilmente, li allontanava dai listini.
Eravamo a giugno 2009, i primi segnali bullish di lungo periodo erano già stati registrati e, nel precedente anno, il Dow Jones aveva fatto segnare una variazione media giornaliera – in valore assoluto – prossima al 2%.
In positivo, piuttosto che in negativo: chi ha voglia di investire in borsa quando in una sola seduta può guadagnare, ma anche perdere il 2%?
Sono passati diversi anni, la volatilità si è ridimensionata e il refrain è il solito: troppo bassa. Così come i volumi non soddisfano, gli ETF sono troppo protagonisti, le IPO sono tante, o poche; e via enunciando pretesti, che inorgoglirebbero il Fedro de “La volpe e l’uva”.
In effetti la volatilità è ora contenutissima, a meno dello 0.33%. Chi ha voglia di investire quando, nell’ultimo anno, rischia di portare a casa un guadagno o una perdita inferiore a un terzo di punto percentuale?
Eppure ne potrebbe valere la pena, perché dal 1950 in avanti una volatilità giornaliera simile è stata registrata soltanto un’altra volta, nel 1964. Suona familiare? Ma certo: perché, come avrete probabilmente letto sul Rapporto Giornaliero di AGE Italia, quell’anno risulta sorprendentemente simile a quello corrente:
Se il parallelo storico persistesse, la circostanza sarebbe di buon auspicio, vista la proiezione che emerge per i prossimi due mesi.
E dopo? Be’, questa è materia di un prossimo articolo…

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