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mercoledì 18 ottobre 2017

Quel rischio che nessuno conosce

Sara Silano

mercoledì 18 ottobre 2017

Il 20% degli italiani non conosce alcun prodotto finanziario.

Il 35% non sa valutarne la rischiosità.

Sono alcuni dei dati che emergono dall’ultimo Rapporto della Consob sulle Scelte di investimento delle famiglie italiane, realizzato su un campione rappresentativo dell’intera popolazione dei decisori finanziari all’interno dei nuclei famigliari.

La maggior parte degli intervistati non sa o preferisce non rispondere su cosa significhi “rischio di liquidità”, “di credito” o “di mercato” e solo il 33% indica correttamente il concetto di “diversificazione”.
Rischio?
Sono risultati che fanno riflettere chiunque fa comunicazione, formazione, consulenza o vendita di strumenti di risparmio agli investitori individuali. Basti pensare che il 40% di coloro che, nell’ambito dell’indagine Consob, scelgono un portafoglio bilanciato non sa indicare il livello di rischio di azioni e obbligazioni. Tra il 20 e il 40% di chi preferisce l’equity non sa quanto sia pericoloso e il 59% è addirittura convinto che le obbligazioni lo siano di più.
 
Che ansia!
Non stupisce, dunque, che gli investitori siano dominati dall’ansia quando si devono occupare delle proprie finanze e agiscano con scarso metodo e razionalità. Nonostante il 61% del campione dichiari di risparmiare, meno del 25% pianifica e monitora gli obiettivi raggiunti nel tempo e il 30% non ha percezione della propria solidità economica. Tradotto in termini pratici significa che se un individuo rimane improvvisamente senza lavoro non ha piena consapevolezza di quanto le sue “riserve” possano durare nel tempo e di come fare per gestirle in modo efficiente e non sperperarle.
 
Il consiglio dell’amico
Dal Rapporto Consob emerge che si risparmia soprattutto per fronteggiare imprevisti, mentre meno del 20% lo fa con obiettivi specifici di medio/lungo periodo, come ad esempio la pensione. Senza una meta, non è possibile definire una strategia e aderire ad essa nel tempo; dunque non ci può essere pianificazione finanziaria. In effetti, il 41% degli intervistati non è consapevole dei pilastri del processo di investimento, quali l’orizzonte temporale, la capacità di rischiare, le aspettative di rendimento, ecc. Ecco perché più della metà decide sul consiglio di un amico, di un parente o di un collega e solo il 25% si rivolge a un esperto. Non solo, il 57% non legge i documenti informativi e se lo fa spesso non li comprende.
 
Quale profilazione dei clienti
La direttiva comunitaria sui servizi finanziari, nota come MiFID II, che entrerà in vigore dal 3 gennaio 2018 si pone come obbiettivo una maggior tutela degli investitori su tutte le fasi di vita dei prodotti e servizi di investimento, dalla fabbrica prodotto, al collocamento, fino al post-vendita. Alla luce dei risultati di questa indagine, tuttavia, è necessaria una riflessione sui metodi usati per profilare i clienti, in particolare per accertarne la tolleranza e la capacità di rischiare, nonché la reale comprensione degli strumenti proposti. Il possedere un fondo azionario, ad esempio, non significa che si ha la consapevolezza di cosa c’è in portafoglio o del suo grado di pericolosità. Vi è poi la difficoltà dei clienti nel fornire informazioni adeguate al consulente per permettergli di formulare proposte coerenti. C’è ancora un 14% di intervistati che ritiene di non dover fare alcuna disclosure.
 
Sguardo in avanti
In questi giorni, si conclude la consultazione dell’Esma (l’autorità europea di vigilanza sui mercati) per la revisione degli orientamenti in materia di adeguatezza degli investimenti, in modo da tenere conto, non solo di MiFID II, ma anche degli sviluppi tecnologici, degli studi di finanza comportamentale e delle attività delle Consob locali sul tema. Come ha spiegato Salvatore Gnoni della divisione Investor protection and intermediaries di Esma nella conferenza di presentazione del rapporto Consob a Roma, l’obiettivo è una maggiore affidabilità delle informazioni raccolte dai clienti e quindi una più alta coerenza della valutazione di adeguatezza.
Tuttavia, regolamentazione e supervisione delle autorità di vigilanza sono solo due degli ambiti di intervento, occorre lavorare anche a livello di ingegneria dei prodotti, formazione dei consulenti ed educazione dei clienti finali. 

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