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mercoledì 18 ottobre 2017

Per nuova globalizzazione servono portafogli a prova di futuro

 
Jody Jonsson, Gestore azionario globale di Capital Group, spiega che il concetto di investimento su scala globale è cambiato rispetto anche solo a dieci anni fa. I rapidi avanzamenti in campo tecnologico, gli accordi di libero scambio e lo sviluppo delle multinazionali nei mercati emergenti hanno trasformato le strutture del mondo economico di oggi, permettendo alle società di competere per clienti, lavoro e capitali a livello globale. Questi profondi cambiamenti hanno modificato il modo di intendere gli investimenti su scala globale, non solo in termini di opportunità ma anche di decisioni di allocazione di portafoglio. Piuttosto che dividere i portafogli in porzioni regionali, credo che per creare un portafoglio “a prova di futuro” sia necessaria una certa flessibilità globale, considerate le dinamiche mutevoli di business e trade.
Benvenuti nella nuova geografia
La globalizzazione e la crescita del libero scambio stanno avendo un impatto significativo sull’universo delle opportunità di investimento, nel senso che società basate in Europa, Giappone e Stati Uniti non generano più necessariamente la maggior parte dei loro profitti nei rispettivi Paesi di origine, come un tempo - spiega Jody Jonsson -. Inoltre, lo sviluppo dell’economia in Cina, India e altri mercati emergenti, sta avendo un profondo impatto sull’economia globale e risvolti significativi per le società del mondo sviluppato. Ad esempio, uno studio dei ricavi delle compagnie incluse nello S&P 500 mostra che circa il 37% è generato al di fuori degli Stati Uniti. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) mentre, le 10 compagnie più grandi d’Europa nell’indice MSCI Europe produce circa il 69% dei ricavi fuori Europa, in parte a causa della crescita più lenta nella regione e in parte per le migliori opportunità all’estero.
Quindi, per capire quanta parte del portafoglio è esposta all’economia globale, trovo che risalire a dove una compagnia genera i propri ricavi sia un metro molto più pratico e trasparente piuttosto che affidarsi a indici basati sulla residenza. In qualità di investitori bottom-up, utilizziamo questo approccio per ampliare l’universo delle opportunità d’investimento. Questo ci garantisce la flessibilità necessaria a osservare l’industria globale e selezionare quelle società che crediamo siano meglio posizionate per crescere, indipendentemente da dove si trovino.
Dai beni ai gigabytes
Spesso gli investitori si immaginavano le multinazionali come delle superpotenze delle commoditys o dell’industria pesante, ma una schiera di nuove compagnie globali sta emergendo rapidamente - spiega Jody Jonsson -. Se il ventesimo secolo è stato guidato da una crescita fenomenale nello scambio di merci e beni industriali, il ventunesimo secolo è caratterizzato dalla digitalizzazione dei servizi e la crescente automazione della manifattura. La knowledge economy, o trade digitale, sta prendendo forza, e questo sta facendo crescere una nuova razza di giganti globali che sono compagnie basate sulle idee – come Amazon o Alphabet (Swiss: GOOGL-USD.SW - notizie) (Google). Queste compagnie sono creative, agili e connesse, e sfruttano la tecnologia a loro vantaggio.
Grazie a internet non ci sono più reali confini, e questo cambia radicalmente il modo in cui le società sono organizzate e come i prodotti sono consumati. L’adozione di un prodotto può essere rapida e i costi di distribuzione limitati – lo smartphone o il tablet sono gli strumenti di consegna. Non sorprende quindi che dal 2007 la composizione delle compagnie più ricche del mondo per valore di mercato sia profondamente cambiata, con gli indici di riferimento dominati dalle compagnie del tecnologiche e non più dai vecchi giganti del petrolio, della finanza e dell’industria.
La globalizzazione è qui per restare
Con lo scomparire dei confini, la flessibilità di investire in società di tutto il mondo è diventata importante, dato che gli investitori cercano di beneficiare della globalizzazione - spiega Jody Jonsson -. La crescita dell’indice FTSE Multinationals è un riflesso dello sviluppo del commercio globale sin dagli anni ’90. I membri dell’indice, che devono ottenere più del 30% dei ricavi al di fuori della regione di origine, sono cresciuti da 427 nel 1994 a 715.
Nonostante la recente retorica protezionista, è difficile immaginare un’inversione della globalizzazione: è indissolubilmente legata ai modelli di business, al modo in cui sono organizzate le filiere e i prodotti manufatti.
Apple (Swiss: AAPL-EUR.SW - notizie) è un esempio ovvio: la supply chain attraversa 30 Paesi, ed è maestra dello sfruttare la geografia a proprio vantaggio, ricercando fornitori in grado di offrire componenti a prezzi concorrenziali che raggiungono i loro standard qualitativi. Inoltre, diverse multinazionali affermate come Unilever (NYSE: UL - notizie) , Nestlé e Coca-Cola, nel corso degli anni, si sono avvicinate sempre più ai mercati finali. Hanno decentralizzato le loro attività per essere più locali, per sviluppare una più profonda conoscenza dei mercati locali e competere con il crescente numero di compagnie domestiche.
Guardando al futuro, è probabile che i percorsi degli scambi globali si evolvano seguendo la crescente digitalizzazione del commercio e la possibilità di nuove strutture di costo e di tassazione in diverse parti del globo - spiega Jody Jonsson -. Ovviamente, non tutte le compagnie internazionali prospereranno in questo ambiente. La ricerca fondamentale sarà la chiave per identificare potenziali vincitori. Avendo investito in compagnie globali per quasi tre decenni, ho scoperto che le società di successo hanno tipicamente team di manager innovativi, fondi di reddito diversificate e conti sempre in ordine. Queste sono le caratteristiche su cui mi concentrerei con la globalizzazione che entra in una nuova era.

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