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giovedì 26 ottobre 2017

Per capire meglio il dibattito sulla Banca d’Italia


Premesso che sono molto critico delle principali riforme portate avanti dal governo Renzi e non sto a difendere neanche il suo comportamento nella qualità di segretario generale del Partito democratico in particolare la sua iniziativa di una mozione parlamentare di censura della Banca d’Italia.
Premesso che il Governatore Visco è un ottimo economista, una persona competente, seria e rispettabile e che il suo ruolo di governatore della BdI andrebbe tenuto distinto da quello del responsabile della vigilanza che, oggi come oggi, risponde direttamente all’Autorità europea di vigilanza.
Premesso che ci troviamo in un contesto istituzionale diverso da quello di dieci fa – quando Visco non era governatore – perché è in fase di avanzata costruzione una Unione bancaria e che esiste già ed è operativa un’Autorità europea di vigilanza sulle banche anche qui formalmente distinta dalla BCE.
Premesso che sono affari diversi valutare il record storico della BdI in materia di gestione della politica monetaria e creditizia e la vigilanza sulle banche prima e dopo l’entrata in vigore dell’euro e del sistema delle banche centrali europee.
Premesso che negli ultimi trent’anni il governo ha espropriato il Parlamento della iniziativa legislativa ed è costretto a lavorare indefessamente per approvare una enorme quantità di leggi scritte male che non di rado rimangono inattuate e che, per questo motivo, le Camere hanno trascurato e/o ridotto al minimo la funzione di controllo sugli atti del governo, delle AAI, della PA in generale.
Tutto ciò premesso, dopo alcuni cenni storici sul perché si è pervenuti a concepire e praticare una netta separazione tra i due principali strumenti della politica economica e finanziaria: la politica monetaria e creditizia e la politica fiscale e finanziaria per cui si è venuta a creare una diarchia tra le autorità fiscali che formalmente devono tradurre in leggi le loro misure di politica economica e le autorità di politica monetaria che per lo più agiscono a mezzo di provvedimenti amministrativi.

Specialmente a livello europeo la diarchia sta creando seri problemi di coordinamento dei due strumenti. Secondo il paradigma tradizionale era la politica monetaria che accomodava la politica fiscale dei governi, oggi per via dell’assetto improprio sono le politiche fiscali dei paesi membri che devono essere coordinate con la politica monetaria della BCE conferendo a quest’ultima un ruolo egemonico su tutta la politica economica e finanziaria dell’UE.
Negli anni ’70 il problema era la stagnazione con inflazione e molte riforme furono finanziate con l’emissione di debito pubblico.

Negli USA fiorivano anche gli studi sul ciclo politico-economico elettorale secondo cui pur di vincere le elezioni i governi usavano disinvoltamente gli strumenti della politica monetaria per dare una impronta espansiva alla politica economica. Inoltre trionfava la scuola monetarista di Chicago che affermava sinteticamente che la politica monetaria è strumento troppo delicato per lasciarlo in mano ai governi e così iniziava una campagna per rafforzare l’autonomia e l’indipendenza delle Banche centrali.

Una linea di pensiero che ha trovato condivisione e sostenitori anche tra economisti di altre scuole di pensiero economico. L’operazione non è senza costi e non si può dire che abbia funzionato bene. In particolare durante periodi di grande crisi economica e finanziaria come quella che ha caratterizzato le economie occidentali negli ultimi dieci anni.
Formalmente in Italia la Banca d’Italia è un Autorità amministrativa indipendente e queste sono nominate con procedure più o meno idonee.
La BdI non è una istituzione dello Stato – non è menzionata nella Costituzione – come invece è la Banca centrale europea nell’assetto istituzionale europeo vedi l’art.

13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. E’ una Autorità Amministrativa Indipendente per molti aspetti anomala perché ha una lunga storia alle spalle ed è caratterizzata da un conflitto di interessi grave essendo le banche controllate formalmente titolari delle azioni della Banca d’Italia medesima.
Inoltre non è detto che la stessa procedura di nomina del suo massimo esponente sia la migliore possibile se, da un lato, esclude un ruolo delle commissioni parlamentari e, dall’altro, prevede il parere della Consiglio superiore della stessa Banca d’Italia. PQM, al di là della valutazione della persona che riveste o dovrà rivestire la carica di governatore sarebbe, secondo me, opportuno valutare l’appropriatezza dell’assetto proprietario della Banca e della procedura di nomina del suo governatore.

Atteso che è stata nominata una Commissione parlamentare di inchiesta sulla nostra Banca centrale, probabilmente essa si occuperà anche di questi problemi non secondari.
Ma al di là dell’assetto formale delle istituzioni e delle regole di nomina sia in Italia che nella Unione deve prevalere il principio di leale collaborazione e la valutazione dell’autonomia e indipendenza va verificata nei fatti e nell’esercizio delle loro funzioni presenti e passate.

Non è questa la sede per fare un’analisi del record storico della BdI. Mi basti dire che come in altri casi, nella storia della Banca ci sono luci e anche ombre.
Qui voglio brevemente soffermarmi su alcune aspetti poco convincenti del dibattito che si è scatenato sui media tra il partito dei difensori ad oltranza della piena autonomia ed indipendenza della BdI e gli avversari o, meglio, di quelli che vorrebbero maggiore trasparenza ed una valutazione più attenta del suo operato – compito ora affidato alla Commissione parlamentare di inchiesta che ha iniziato i suoi lavori da poco tempo e, quindi, non è ragionevole arrivare a giudizi ponderati fino a quando non saranno disponibili le sue conclusioni.

Secondo me, c’è profonda contraddizione tra chi sostiene la piena autonomia e indipendenza della Bdi e poi affida la nomina del suo governatore al governo che è espressione di una maggioranza politica e, quindi, partitica. Certo in sede istituzionale bisogna assumere che il governo persegua gli interessi generali del Paese che governa ma siamo in una fase di degenerazione della politica della sfiducia e anche i cittadini elettori non credono più nella superiore correttezza dei governanti.

Lo stesso vale rispetto a quanto si fa sia in Italia che in altri paesi riguardo alla nomina dei presidenti delle AAI. Negli USA c’è un ruolo forte delle Commissioni parlamentari sul controllo delle nomine proposte dal Presidente.
In Italia autorevoli commentatori si oppongono alla parlamentarizzazione della valutazione dei candidati e, quindi, difendono a spada tratta l’attuale procedimento di nomina.
Certo un Parlamento composto per lo più da nominati non dai partiti strutturati di una volta, ma da oligarchie centralistiche o da soli leader neanche il Parlamento o il Presidente della Repubblica sfuggirebbe al sospetto di scelte interessate. Vedi l’esperienza dei governi del Presidente di questa legislatura.

Se il modello all’interno del quale si opera è quello di un “uomo solo al comando”, tutte le procedure di nomina possono essere distorte e non del tutto corrette. Tuttavia ritengo che la sede parlamentare, la sede principale della sovranità popolare, dove in un modo o nell’altro le forze politiche esprimono direttamente le loro rappresentanza è quella migliore, è quella che offre le maggiori garanzie di trasparenza e di valutazione articolata vuoi del record storico di funzionamento di strutture amministrative che di individuazione delle personalità più idonee a dirigerle – senza trascurare le implicazione dell’assetto europeo provvisorio e per molti versi inappropriato.
Autore: Enzo Russo Fonte: News Trend Online

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