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martedì 17 ottobre 2017

Parte la tassa Airbnb, ma la compagnia americana si rifiuta di pagarla

Lunedì 16 ottobre è scattata la cosiddetta “tassa Airbnb”, o degli affitti brevi, che costringe tutti gli intermediari del settore a trasferire al fisco italiano le tasse dovute dai proprietari – cioè, in termini secchi, il 21% dell’incasso.
Solo che Airbnb ha deciso di rifiutarsi di pagare, aprendo dunque un contenzioso con il fisco. L’azienda, che ha base negli Stati Uniti, è tra i leader nel settore degli affitti. Ecco perché ha deciso di prendere questa decisione…
Le ultime notizie sulla “tassa Airbnb”
La nuova normativa è entrata in vigore lo scorso primo giugno, con il primo versamento fissato 16 luglio 2017. La legge concedeva in ogni caso un periodo di transizione, lungo 60 giorni. Di conseguenza il 16 ottobre Airbnb e gli altri operatori interessati avrebbero dovuto versare il 21% dei contratti stipulati (dopo il 12 settembre). Mentre la Fiaip (la Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali) ha deciso di versare la trattenuta, Airbnb ha presentato lo scorso 22 settembre un ricorso al Tar che risulta attualmente pendente.
Airbnb vorrebbe una tassazione attorno al 10%, ritenendo l’attuale aliquota troppo elevata e spiegando che una normativa del genere mette a rischio la concorrenza di mercato. La sua crociata è una partita aperta, che si gioca sui tavoli ministeriali. Il 6 settembre c’è stata una riunione tra Fiaip, Airbnb, Booking, Homeaway, Property Managers Italia e il viceministro dell’Economia Luigi Casero, in rappresentanza del governo.
Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, ha confermato “piena disponibilità al dialogo”, ma per ora sembra che le distanze tra le parti siano ancora cospicue. Al governo quei soldi interessano molto: tale tassa garantisce un gettito elevato, nel 2017 superiore agli 80 milioni e nel 2018 prevista verso i 130, frutto dell’emersione degli affitti in nero.
L’auspicio di Airbnb “è quello di veder introdotti i correttivi già nella legge di bilancio”. Il rischio è di andare incontro a sanzioni consistenti, fino al 20% delle somme nel caso di omessa trattenuta. Le possibilità sono remote, ma le trattative continuano.
Diversa la situazione di Booking.com, che sfrutta una scappatoia tecnica: la società in questione non intermedia i pagamenti tra turista e proprietario, quindi non è obbligata a trattenere la cedolare. Deve tuttavia trasmettere – in ogni caso – i dati dei contratti, in modo da essere in regola.

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