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venerdì 20 ottobre 2017

Il ricordo del Black Monday turba solo le Borse europee

 
Ieri era il 19 ottobre, giorno del trentesimo compleanno del grande crollo del 1987, il famoso “Black Monday”. Una ricorrenza che ai superstiziosi avrebbe dovuto far accapponare la pelle. Quel giorno avvenne infatti il più grande crash mai subito dai mercati USA in un solo giorno. I mercati erano reduci da un colossale rialzo, che dall’agosto 1982 ad agosto 1987, cioè in 5 anni, aveva visto il Dow Jones salire del 246%, ovvero ad una media annua del +20% circa. Decisamente troppo. I mercati da agosto avevano cominciato a correggere questo eccesso e nella settimana dal 12 al 16 ottobre il calo si era fatto precipitoso. L’apertura dei mercati in quel tragico lunedì nero registrò il cedimento dei nervi di molti investitori, che intrapresero un fuggi fuggi alla meglio. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) 1987 la tecnologia informatica era agli albori e i mercati erano privi di reti di protezione automatiche contro improvvise massicce vendite. Ma si erano già diffusi i primi programmi di trading automatico. Le vendite automatiche si aggiunsero così a quelle causate dall’emotività umana e la grandinata di ordini al meglio causò al Dow Jones la perdita giornaliera più cospicua di tutti i tempi: -22,6% in un solo giorno. Il panico si diffuse ai mercati di tutto il mondo causando un crollo generalizzato e globale dei mercati azionari. Il mondo sperimentò per la prima volta una sorta di globalizzazione finanziaria e gli effetti di contagio che si possono verificare in un mondo globalizzato. Si scoprì la fragilità di un sistema che funzionava ancora senza regole, come un mercato di concorrenza perfetta, ma in un contesto che i computer avevano reso sempre più veloce ed interconnesso. Da quel giorno i mercati non furono mai più quelli di prima.
La Federal Reserve, guidata da un giovane Governatore fresco di nomina, Alan Greenspan, che oggi è un vispo vegliardo di 91 anni, dichiarò immediatamente la fornitura di liquidità illimitata al sistema e riuscì, pompando liquidità, a calmare gli animi.  La cintura di protezione della FED e l’introduzione delle sospensioni dei trading system quando i mercati superano certe percentuali di perdita, riportò presto la fiducia  ed il mercato recuperò quel calo in 15 mesi, per poi intraprendere un’altra colossale galoppata negli anni ’90, culminata con la bolla della new economy di fine millennio. Quello di Greenspan fu il primo massiccio intervento diretto sulle borse da parte di una banca centrale per dirigere il traffico ed inaugurò l’era delle manipolazioni legalizzate dei mercati. Un intervento che divenne negli anni successivi la regola di condotta dei banchieri centrali che hanno contribuito alla nascita ed allo sviluppo della finanza predatoria praticata dalle banche d’affari e dai fondi Hedge, che nacquero negli anni successivi e si svilupparono al punto di diventare colossali macchine speculative. La finanza predatoria si nutre di bolle speculative che gonfia a dismisura sapendo che poi ci penseranno le banche centrali a togliere le castagne dal fuoco con salvataggi pubblici quando il gioco diventa insostenibile. L’esperienza del 1987 ha posto le basi per la costruzione di quella giostra speculativa che sta compiendo anche oggi l’ennesimo giro della morte, alimentata come non mai dall’apoteosi del Quantitative Easing, lo smaccato acquisto di titoli di stato da parte delle banche centrali per pilotarne i prezzi ed azzerarne i rendimenti.
I mercati ieri hanno mostrato di non essere superstiziosi, ma convinti, come tutte le volte precedenti in cui le quotazioni hanno raggiunto livelli insensati alla vigilia di crolli memorabili (dopo il 1987 è venuto il 2000, e poi il 2008), che “questa volta è diverso”.
Il ricordo del 1987 ieri ha provocato solo un momentaneo sussulto ai mercati europei, che ovviamente non dipende dal memoriale del Black Monday, ma dall’avvitamento della situazione spagnola. Quelli americani hanno aperto in ribasso, forse condizionati dal calo europeo. Ma i dubbi sono durati solo poche ore, dato che la chiusura ha recuperato tutto e ha ripresentato gli indici SP500 e Dow Jones a contatto con i recenti massimi storici, che potrebbero essere nuovamente superati oggi.
In Europa il calo ha invece coinvolto tutte le piazze, anche se la chiusura degli indici è stata ben al di sopra dei minimi e nessuno a fine seduta ha superato il punto percentuale di perdita.
Nella parte centrale della seduta sono stati toccati minimi abbastanza bassi, a causa della confusione spagnola. Puigdemont ha risposto in modo sibillino al Governo di Madrid. La lettera inviata alla scadenza dell’ultimatum di Rajoy ricorda che l’indipendenza non è stata ancora votata dal Parlamento catalano, che la Catalogna chiede alla Spagna il dialogo per una separazione consensuale e che, se la Spagna continuerà la repressione, l’indipendenza sarà votata.
Pare una chiusura ed infatti Rajoy non è stato soddisfatto della risposta ed ha convocato per sabato mattina il Governo per decidere le misure punitive. Le borse europee l’hanno presa male. Ma col passare del tempo si è cominciato a fare qualche conto sui possibili sviluppi. Il governo di Madrid si riunirà sabato mattina per decidere l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione e commissariare la Catalogna. Perciò c’è ancora oggi per trattare. Ma se anche venisse deliberato di applicare la repressione prevista da questo articolo, bisognerebbe attendere la formale votazione del Senato, che richiederà altri giorni. Poi, dato che questo articolo è una scatola vuota che non è mai stata utilizzata prima d’ora, occorrerà decidere quali poteri verranno tolti all’autonomia catalana e con quale tempistica.
Insomma. Par di capire che, nonostante le minacce, la partita potrebbe durare ancora molto e comincia ad assomigliare sempre più al tormentone Brexit. Oltretutto, se è vero che la Catalogna subisce una forte emorragia di imprese ed i contraccolpi economici dell’incertezza, questo spingerà Puigdemont ad ammorbidire i toni. Ma anche Rajoy comincia ad aver meno fretta di agire con la repressione, dato che i socialisti, che finora lo hanno appoggiato nel comportamento intransigente, cominciano a temere gli effetti dell’autoritarismo eccessivo e tentennano sulla linea dura.
Credo che aumentino le possibilità che si trovi una qualche forma di compromesso, che potrebbe passare da un congelamento dello status quo e l’indizione di elezioni in Catalogna per vedere se gli indipendentisti rappresentano veramente la maggioranza dei catalani. Questo è l’esito preferito da Rajoy ed osteggiato da Puigdemont, che potrebbe non sopravvivere (politicamente) alla mediazione. Ma il tempo e l’incertezza lavorano per Rajoy, perché penalizzano l’economia catalana.
Sta di fatto che i mercati oggi potrebbero percepire come meno imminente la resa dei conti cruenta. Non mi stupirebbe affatto vedere perciò un immediato rimbalzo dei mercati europei, rasserenati dalla camomilla del rinvio e trattenuti dalla baldanza americana, dove sembra che niente, ma proprio niente, possa disturbare l’avanza del toro. Il Black Monday per ora è storia e nessuno pensa che possa tornare ad essere cronaca. Stavolta è diverso. Vero? 

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