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venerdì 27 ottobre 2017

Il dolcetto di Draghi e lo scherzetto catalano


Ieri è stata una giornata campale per il futuro dell’Unione Europea, della Spagna e dei mercati.
Tre sono stati gli avvenimenti eclatanti, che cito in ordine di importanza: la nuova politica monetaria della BCE; le convulsioni che portano alle decisioni irrevocabili in Spagna; la scelta del Governo italiano di rinnovare il mandato a Visco come governatore di Bankitalia, nonostante l’opposizione, confermata, di Renzi e del suo partito, principale azionista nella maggioranza del governo Gentiloni.
Non abbiamo lo spazio per commentare tutto questo ben di Dio, per cui rinvio il commento sulla vicenda Visco, che pure sarebbe lungo e doveroso, a quando la relativa nomina diventerà ufficiale col Decreto del Presidente della Repubblica.
Cominciamo da Draghi che ha sferzato i mercati, per tutto il mattino guardinghi, con una performance dei tempi migliori, da mago della comunicazione e fuochista della speculazione rialzista.
I mercati temevano che i recenti buoni risultati nella crescita dell’economia dell’Eurozona togliessero argomenti al nostro superMario per tenere a bada gli attacchi dei tedeschi e dei loro alleati in seno al direttorio della BCE, e che la comunicazione della nuova strategia sul Quantitative Easing da attuare a partire da Gennaio potesse essere una decisa e frettolosa retromarcia dalla politica accomodante seguita finora, che in due anni e mezzo ha riversato circa 2.000 miliardi di euro freschi di stampa sui mercati per comprare titoli obbligazionari emessi prevalentemente dagli stati dell’Eurozona, ma anche in parte da banche e da grandi multinazionali.

Insomma: siccome ci avviciniamo ad Halloween, temevano lo scherzetto. Invece sono arrivate scatole di dolcetti. Infatti la decisione presa ha rispettato pienamente le anticipazioni fatte filtrare nei giorni scorsi per preparare i mercati: fino a fine anno si procede con i 60 miliardi di euro al mese di acquisti programmati.
Da Gennaio e per “almeno” 9 mesi il getto di liquidità verrà dimezzato. Ma altri dolcetti del nostro eroe sono arrivati ai giornalisti in Conferenza Stampa. Ha ricordato che tutti i titoli che vanno a scadenza continueranno ad essere riacquistati e circa la data di scadenza della nuovo piano di acquisti ha sostenuto che il termine “almeno” significa che in realtà la parola fine al QE non è stata ancora calendarizzata e solo nei pressi di settembre del prossimo anno si deciderà che cosa fare, con possibilità che la data venga prorogata.

Addirittura, se dovesse andare storto qualcosa nell’obiettivo di ringalluzzire l’inflazione fino al 2%, si potrebbe anche riaprire ulteriormente i rubinetti, anziché chiuderli. Intanto, si intende, i tassi ufficiali rimarranno immutati a zero (e a -0,4% per i fondi della banche depositati presso la BCE) fino a quando il QE non si sarà esaurito.
Per cui anche qui almeno per tutto il 2018. Sembra abbastanza evidente la volontà di sfruttare le falde monetarie al massimo fino all’arrivo del suo successore, per lasciare a lui, che sarà il tedesco Weidmann, l’onere di inimicarsi i mercati col drenaggio di tutta la liquidità in eccesso.
Di fronte a una tale dichiarazione d’amore per la speculazione rialzista, i mercati hanno messo da parte tutti i dubbi e si sono lasciati andare ad acquisti convinti sull’azionario e sull’obbligazionario, mentre hanno venduto l’euro, che è precipitato addirittura sotto 1,17 nei confronti del dollaro.

Segno che il grande seduttore ha fatto breccia ancora una volta nel cuore della speculazione, anche perché ieri Wall Street è stata sostanzialmente immobile.
Mi sono un po’ stupito nel leggere ed ascoltare ieri commenti che parlavano di retromarcia della BCE, di cambio di politica.
Credo che si confonda un lieve rialzo del piede dall’acceleratore con l’attuazione della retromarcia. I mercati hanno invece compreso che Draghi ha ancora un vasto seguito nel Direttorio BCE e che di fare retromarcia non ci pensa nemmeno.
Il secondo evento sembrava essere anch’esso un dolcetto, ma si è rivelato alla fine uno scherzetto da parte di Puigdemont.
Per tutta la giornata sembrava che il Presidente della Catalogna dovesse cedere alla pressione di Madrid e proclamare le elezioni anticipate, accettando finalmente il diktat della scorsa settimana di Rajoy per evitare l’applicazione dell’art.

155 della Costituzione di Spagna, che autorizza il governo a destituire le istituzioni autonome della regione catalana e avocare a sé i principali poteri ora delegati dall’autonomia.
Però Rajoy gli ha fatto capire di essere fuori tempo massimo e di aver già chiesto al Senato di votare, oggi, l’applicazione dell’art.
155. E soprattutto che non sarebbe tornato indietro. Siccome anche le frange più dure dell’indipendentismo erano decisamente contrarie a tornare indietro nel processo di secessione, in serata le illusioni che ieri hanno fatto volare la borsa madrilena si sono smaterializzate ed oggi dovremmo assistere alla resa dei conti ufficiale, con la votazione del Senato spagnolo e la probabile (con Puigdemont che rischierebbe 30 anni di carcere, non si sa mai…) dichiarazione ufficiale dell’indipendenza catalana.

Il dado dovrebbe essere tratto in giornata. Che cosa succederà poi è difficile da prevedere. Certamente non pacche sulle spalle e affermazioni tipo “Sei su scherzi a parte!”.
L’entusiasmo che Draghi ha infuso con i suoi dolcetti potrebbe oggi ripiegare per colpa dello scherzetto catalano.
Stiamo a vedere, senza dimenticare che quatto quatto, oggi c’è anche l’appuntamento con la prima stima preliminare del PIL USA del 3° trimestre. Il consenso degli analisti si attende +2,6% annualizzato. Occorre verificare quanto abbiano impattato gli uragani di Texas e Florida.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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