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lunedì 2 ottobre 2017

Così la ricerca economica aiuta a scegliere la legge elettorale

 
Si torna a parlare di riforma della legge elettorale. Meglio un sistema maggioritario o uno proporzionale? Per decidere non dobbiamo pensare solo alle conseguenze politiche, ma anche a quelle sull’economia, dalla spesa pubblica alla corruzione.
In attesa di una nuova legge elettorale
È ormai dal 2006 che in Italia si parla di riforma della legge elettorale. Alle ultime elezioni politiche del 2013 si è votato con la legge Calderoli, tristemente nota come “Porcellum”, approvata a maggioranza nel dicembre 2005 e poi giudicata in parte incostituzionale nel 2014. Senza ripercorrere la cronaca politica dell’ultimo decennio, basta dire che gli italiani non sanno ancora con quale legge elettorale voteranno alle prossime e imminenti elezioni politiche.
Il dibattito si è incentrato principalmente sulle conseguenze politiche delle possibili riforme, cioè su quale partito sarebbe favorito, su quale lista non supererebbe eventuali soglie di sbarramento e su quale sistema genererebbe governi più o meno longevi e stabili. La legge elettorale, tuttavia, non riguarda solo la politica. La letteratura economica ha evidenziato come i sistemi elettorali influiscano, tra le altre cose, sulla spesa pubblica e sulla corruzione. L’Italia ha un debito pubblico elevato, di cui i mercati hanno già in passato messo in discussione la solvibilità. La corruzione è probabilmente uno dei freni maggiori agli investimenti e alla crescita.
Sistemi elettorali, spesa pubblica e corruzione
Due lavori – il primo di Roberto Perotti, Gian Maria Milesi-Ferretti e Massimo Rostagno e il secondo di Torsten Persson e Guido Tabellini – mostrano entrambi che i sistemi elettorali più proporzionali inducono una maggiore spesa sociale (si intende la spesa pubblica aggregata per i sussidi alle persone fisiche) e una più alta spesa pubblica complessiva.
Una possibile spiegazione è legata alla maggiore frequenza dei governi di coalizione e al fatto che col sistema proporzionale tutti i voti contano allo stesso modo e i partiti tendono a fare scelte di spesa pubblica che permettano di ottenerne il maggior numero. Non intendiamo qui svolgere un’analisi su quale livello di spesa sia più desiderabile, ci limitiamo a spiegare come possono cambiare gli incentivi dei politici a seconda del sistema elettorale in vigore.
Per quanto riguarda gli effetti sulla corruzione, Torsten Persson, Guido Tabellini e Francesco Trebbi studiano la relazione, su un campione di ottanta paesi, fra il livello di corruzione nello stato e alcuni aspetti del sistema elettorale, come il modo in cui il singolo parlamentare viene eletto e la grandezza media delle circoscrizioni. I risultati mostrano che l’elezione attraverso i collegi uninominali (circoscrizioni dove si elegge un solo parlamentare) riduce sensibilmente la corruzione rispetto a quella attraverso le liste. Lo stesso risultato producono, anche se in misura minore, i collegi elettorali comparativamente più grandi. Ciò può apparire contraddittorio perché sia i collegi piccoli sia quelli grandi ridurrebbero la corruzione. La spiegazione degli autori è che si tratta di due effetti distinti: i politici eletti nei collegi uninominali dipendono, per una eventuale rielezione, dal voto dei cittadini e sono quindi più soggetti allo scrutinio e alle scelte degli elettori. La corrispondenza diretta fra elettori ed eletti sembra rendere i politici meno corruttibili.
Il secondo risultato si spiega invece con il fatto che i collegi più grandi aumentano le probabilità di elezione dei candidati inesperti o meno conosciuti e quindi facilitano il ricambio della classe politica. Se ad esempio il sistema politico di un paese è dominato da una classe dirigente corrotta, un partito emergente con una forte pregiudiziale anti-corruzione avrebbe più facilità a entrare in parlamento con un sistema proporzionale. La capacità del proporzionale di rappresentare più fedelmente la situazione politica del paese può quindi costituire un deterrente alla corruzione della classe politica. I partiti piccoli o emergenti, a meno di non avere una presenza concentrata in alcune aree del territorio (come nel caso di partiti autonomisti o indipendentisti), tendono infatti a essere penalizzati dai collegi uninominali. È per questo che in Francia e Gran Bretagna i movimenti di Nigel Farage e Marine Le Pen (Other OTC: PENC - notizie) sono ampiamente sottorappresentati in parlamento.
In breve, i collegi uninominali assicurano una corrispondenza forte fra elettori ed eletti ma, rispetto a un sistema più proporzionale, garantiscono meno contendibilità del potere politico.
Un limite del lavoro di Personn, Tabellini e Trebbi è che non individua l’effetto sulla corruzione di aspetti molto dibattuti, come le preferenze e le liste bloccate. Tuttavia, a giudicare dai risultati così netti in favore dei collegi uninominali sembra che l’elezione tramite lista, bloccata o con le preferenze, incentivi comunque una maggiore corruzione.
Qual è dunque il sistema che abbassa la corruzione e migliora il livello e la composizione della spesa pubblica, il proporzionale o il maggioritario? Entrambi hanno caratteristiche apprezzabili e semplificare troppo la risposta non aiuta a capire. È utile invece favorire una più diffusa conoscenza dei risultati della ricerca economica sui sistemi elettorali perché ci consente di avere un dibattito politico più informato e, probabilmente, più interessante per i cittadini.
Di Pietro Panizza e Francesco Flaviano Russo

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