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mercoledì 4 ottobre 2017

C’è più disintegrazione nel futuro dell’Europa? Forse no

 
Lukas Daalder, Chief Investment Officer di Robeco Investment Solutions e Léon Cornelissen, Capo Economista di Robeco spiegano che la peggiore delle crisi finanziarie potrebbe essere ben alle nostre spalle, ma è lecito anche dire che l’Eurozona non ha saputo implementare il livello di riforme strutturali originariamente progettato. L’area euro sta rapidamente approcciando uno spartiacque. L’insorgenza dei populismi, le tensioni politiche tra gli Stati membri, la crescente divergenza economica e le questioni legate al debito porteranno l’unione monetaria alla disintegrazione, oppure i membri decideranno di restare insieme a tutti i costi? E forse, una volta che le acque si saranno calmate, l’Eurozona potrebbe emergere come un’unione monetaria più ottimale di quanto non lo sia mai stata.
Possiamo immaginare diversi modi in cui l’Eurozona potrebbe disintegrarsi - spiegano Lukas Daalder e Léon Cornelissen -. “Grexit”, “Frexit”, “Italexit”, perfino “Nexit” e “Fixit” (uscita della Finlandia) sono state tutte menzionate nel corso dell’ultimo anno. Sebbene tutte queste potenziali uscite abbiano diverse cause dirette, non serve molta immaginazione per portare le ragioni a fattor comune: l’Eurozona non è un’area monetaria ottimale. L’idea è che perdere la possibilità di gestire in autonomia i tassi di interesse ha dei benefici (la prevedibilità degli scambi) ma può anche portare a maggiori costi poiché viene meno un facile meccanismo di ribilanciamento. In più, i costi potrebbero essere superiori ai benefici se ci dovessero essere frequenti shock asimmetrici e nessun meccanismo di aggiustamento alternativo. E questo metterà alla fine a repentaglio la tanto necessaria solidarietà all’interno del sistema. In più, mentre le persone hanno completa flessibilità di muoversi da una parte all’altra degli Stati Uniti, l’assenza di una lingua comune nell’Eurozona funge da barriera, impendendo una così libera circolazione del capitale umano, come altrimenti teorizzato.
Alla luce della crisi che una disgregazione dell’Eurozona probabilmente causerebbe, ci sono chiari segnali circa le intenzioni di restare uniti - spiegano Lukas Daalder e Léon Cornelissen -. E sono molti, e di diversa entità, i passi che possono essere intrapresi nel processo di integrazione. Un’idea è quella di finanziare gli investimenti con bond dell’Eurozona, che potrebbero rappresentare una forma embrionale dei tanto discussi Eurobonds: obbligazioni emesse a livello sovranazionale piuttosto che nazionale. Se tutto il debito dell’Eurozona fosse emesso così, la speculazione sui singoli mercati obbligazionari cesserebbe. Non che ci si possa aspettare alcuna condivisione del debito in tempi brevi, ma anche solo se qualche emissione venisse gestita a livello sovranazionale potrebbe aiutare come stabilizzatore macroeconomico a livello dell’Eurozona, aumentando le possibilità di sopravvivenza dell’Euro. Un’unione bancaria completa è un secondo passo potenziale, ma al tempo stesso molto meno discussa in questo periodo. Un deposito di garanzia per l’Eurozona potrebbe prevenire una corsa agli sportelli, se un emittente nazionale dovesse continuare a trovarsi in difficoltà.
Anche se questi passi potrebbero aiutare a solidificare il blocco e ridurre gli attacchi speculativi, potrebbero essere misure più finalizzate a combattere i sintomi del malanno piuttosto che il problema in sé - spiegano Lukas Daalder e Léon Cornelissen -. Infine, dei passi dovrebbero essere fatti per migliorare l’Eurozona, rendendola un’area monetaria più ottimale. Considerando che non saremo in grado di cambiare le vaste differenze tra le strutture economiche e finanziarie delle diverse economie in breve tempo, un’ulteriore integrazione fiscale e politica sembrerebbero ciò che è in ultima istanza necessario per salvaguardare il future del progetto Euro. Il “patto” franco-tedesco sembra essere composta da riforme sul fronte dell’offerta in Francia (in particolare la riforma del mercato del lavoro) e una maggiore flessibilità verso la spesa fiscale dell’Eurozona da parte della Germania. Nonostante questo possa non essere il grande passo di svolta che risolverà tutti i problemi dell’area Euro, rappresenta almeno un passo nella giusta direzione.

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