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lunedì 9 ottobre 2017

Bond oggi: strategie high yield, chi vince e chi perde


Bond oggi: strategie high yield, chi vince e chi perde
Alcuni specialisti dei mercati obbligazionari ritengono che gli high yield abbiano finito la loro corsa e altri invece li reputano con potenzialità di “upside”, a patto per quelli in dollari - protagonisti degli ultimi due anni - che la riforma fiscale di Trump vada in porto. Inutile comunque avventurarsi in esercizi futuristici. Meglio confrontare fra loro le diverse tipologie di Etf quotati a Borsa Italiana e far il punto su quale stia performando meglio rispetto alle altre.
Lunghi in $ senza copertura del cambio – Da marzo il calo è stato rilevante e negli ultimi sei mesi si è registrata una perdita media di circa dieci punti in percentuale, dovuta quasi totalmente alla debolezza del dollaro sull’euro. Dai minimi di agosto si registra un modesto rimbalzo, con volatilità in crescita. Gli indici sottostanti – in termini di total return, cioè andamento del prezzo più cedole – hanno comunque mediamente guadagnato un 6,6%. Il rischio cambio appare quindi elevato e, in una fase di incertezza quale l’attuale per il “cross” €/$, il posizionarsi su questa tipologia di Etf è consigliabile solo in presenza di segnali forti del biglietto verde, identificabili in progressive rotture dei valori di 1,17 e poi 1,158 e infine 1,145. Per la categoria degli Etf senza vincoli di scadenza e in dollari l’operatività si concentra ormai proprio in relazione alla divisa e all’incasso di dividendi. L’impatto da rialzo dei tassi è stato per ora marginale, ma potrebbe accentuarsi nel 2018. 
Lunghi in $ con copertura del cambio – Il costo dell’hedge è aumentato negli ultimi tempi, compensato dal fatto che le performance degli specifici Etf sono state logicamente più tranquille rispetto alla categoria precedente. A un anno risultano positive di circa l’1,5%, ma negli ultimi sei mesi hanno perso lo 0,5%. I margini di crescita appaiono marginali, perché gli indici sottostanti sono “tirati” e l’effetto dollaro non c’è. Oggi collocarsi su questa tipologia di Etf ha più rischi (soprattutto da cali delle quotazioni, per fattori diversi, fra cui un rialzo dei tassi) che vantaggi.
Corti in $ senza copertura del cambio – Gli Etf riferiti alle emissioni brevi (massimo 5 anni) hanno il vantaggio di essere meno esposti alla variabile tassi e al rischio credito. Il fattore dollaro è stato però pesante, con un impatto di circa 8-9 punti in percentuale, sfruttato solo da chi abbia costruito piani di accumulo nel tempo, approfittando anche della distribuzione di cedole su periodicità mensile, caratteristica di alcuni di tali prodotti. Come per la prima categoria l’operatività è molto legata al dollaro, con un fattore aggiuntivo: gli indici sottostanti sono più stabili e permettono di sfruttare meglio l’andamento del cambio.
Corti in $ con copertura del cambio – E’ l’altra categoria di Etf riferiti alle emissioni brevi: non hanno praticamente risentito di alcuna variabile, con andamenti molto stabili. Le perfomance a sei mesi sono state negative di circa lo 0,5%, ma le prospettive di “upside” risultano altrettanto modeste, con il solo elemento favorevole di una redditività da dividendi interessante. Attenzione al fattore costo da hedge, aumentato inevitabilmente negli ultimi tempi. 
Lunghi in € ad accumulo – Sono quelli che hanno maggiore appeal nella fase attuale, non soffrendo della variabile cambio e avendo ancora qualche prospettiva di crescita delle quotazioni degli indici sottostanti, finora per nulla impattati dall’aumento dei tassi di interesse. Approfittano poi dell’accumulo di cedole significative, con basso rischio di credito, sebbene il 2017 abbia dimostrato che il mercato degli high yield è esposto anche in Europa al fattore default. Nella fase attuale gli Etf high yield in euro hanno maggiori possibilità rispetto a quelli in dollari, a meno che si punta sul cambio come fattore di performance.

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