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mercoledì 18 ottobre 2017

Austria a destra ma ancora in Europa

Claudia Segre Presidente GLT Foundation

mercoledì 18 ottobre 2017

La svolta a destra dell’Austria non spaventa i mercati perché in parte già scontata nell’affermazione del populista Heinz Christian Strache, capo dell’FPO, che ha riportato il suo partito nazionalista ben oltre i fasti del mai dimenticato Haider. La destra del Partito della Libertà austriaco ha ottenuto un risultato molto importante e con il suo 27% ha di fatto buttato fuori dal governo i Verdi. Un partito del quale è espressione in carica il Presidente austriaco Van der Bellen.

Una coalizione con i popolari dell’altro vincente Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare Austriaco ex Ministro degli Affari Esteri, dei rapporti con l’Unione Europea e dell’Integrazione, (che ha ottenuto un più che onorevole 31,6%), è la nuova prospettiva politica per l’Austria, che accantona definitivamente la Grosse Koalition di ispirazione tedesca. Il richiamo della figura di Kurz al compianto John John Kennedy ne ha fatto un caso politico nel panorama europeo che ricalca le orme del neo Presidente francese Macron.

Come in Germania al centro della modifica dell’asse politico è stata centrale la proposta di programma sull’immigrazione che accomuna Kurz e Strache e che offre una possibilità di riavvicinamento quasi insperata dell’Austria ai Paesi del Patto di Visegrad su queste tematiche.

Paesi che però non sono graditi proprio al FPO perché i maggiori beneficiari delle rimesse dall’estero dei propri concittadini che proprio in Austria hanno trovato posti di lavoro e un sistema sociale favorevole, anche se ancora per poco. I migranti extra europei che sono entrati in Austria sono 70 mila, perlopiù di religione musulmana e richiedenti asilo politico dichiarandosi provenienti da Syria, Afghanistan e Iraq, e hanno messo a dura prova le strutture pubbliche di aiuto sociale di un Paese di soli 8,7 milioni di abitanti.

Del resto Strache è stato abile a non ripetere gli errori degli altri nazionalisti europei, e in “tempi di Brexit” ha eliminato dalla sua Agenda politica il referendum antieuropeista che ha fatto danni notevoli alle estreme destre olandesi, tedesche e francesi. Ma questa prospettiva centro-destrista di un nuovo governo austriaco lancia un monito all’Unione Europea che si aggiunge al pessimo risultato della Merkel in Bassa Sassonia battuta sonoramente dai socialdemocratici. In pratica le politiche comunitarie mandano in archivio la strategia dell’accoglienza della Merkel che politicamente e come costo sociale ha sollevato dubbi e critiche diffuse, ed è la vera prova del fuoco per la tenuta dell’Unione Europea, ancor più che il dibattuto sul “Ministro delle Finanze europeo”.

Inoltre il leader dell’FPO dovrà agire con cautela perché il suo predecessore portò il Paese a sanzioni che minarono la reputazione e il peso politico dell’Austria soprattutto nell’asse mitteleuropeo. In attesa dei dati definitivi la storia dei governi austriaci resta segnata da lunghe attese per la formazione di esecutivi e, quindi, da qui al 2018 l’incertezza e i tentativi da parte del Presidente in carica di portare Kurz verso una coalizione alternativa a quella con l’FPO non si sprecheranno.

Le sfide dell’Austria di fronte all’innovazione tecnologica che ha coinvolto l’industria automobilistica e i servizi terziari saranno quelle di un nuovo governo che guiderà un Paese dove le rinnovabili producono il 75% dell’elettricità necessaria e tutti i partiti non sono mai venuti meno ai propri principi nel sostenere una crescita economica sostenibile ed eco-compatibile.

L’Unione Europea da questi venti di rinnovamento delle destre e di nuove strade delle sinistre europee ha tutto da guadagnare, poiché offre i germogli di un risveglio politico che su entrambi i lati è sempre meno divisivo e sempre più attento alle istanze sociali pur nei nascenti nazionalismi. Forse una risposta agli eccessi americani di Trump e per una nuova scena politica dominata da leader di destra e di sinistra sempre più giovani e capaci di svoltare dai paradigmi spesso antiquati dei “vecchi” partiti che hanno dominato la scena in Europa sin dalla Seconda Guerra Mondiale.   

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