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martedì 17 ottobre 2017

Alitalia tra esuberi e Lufthansa: rischio di nuovi aiuti di Stato

a telenovela Alitalia rischia di intrecciarsi, come già successo nel 2006, con la campagna elettorale. Anche facendo la terza bad company in tre anni. A Roma danno tutti per scontato che ci sarà un nuovo bando per mettere all’asta il vettore. E i segnali che vanno in quella direzione ci sono tutti.
ACQUISTABILE INTERA O A PEZZI. In teoria lunedì 16 ottobre 2017 si chiude il termine per presentare ai commissari le offerte per la compagnia: la si può prendere intera o a pezzi (l’operatività dell’aviation comprensiva della manutenzione o la flotta). In pratica il governo, votandolo all’ultimo Consiglio dei ministri, ha prolungato nel decreto fiscale i tempi per il rimborso del prestito ponte da 657 milioni a tassi scontati, che andava restituito entro la fine dell’anno portando la dotazione a 900 milioni. Cioè altri soldi pubblici.
RITORNA LA BAD COMPANY. Mentre i ministri competenti (Carlo Calenda dello Sviluppo economico e Graziano Delrio delle Infrastrutture), politici spesso in disaccordo sul da farsi alla Magliana, hanno cinguettato all’unisono che «ci vuole tempo per vagliare le offerte e non svendere». Per non parlare dalla bomba lanciata da Lufthansa a poche ore dall’aperture delle buste: ci interessa Alitalia, ma soltanto se fate una bad company per tagliare i dipendenti. Chiedendo quello che già in passato avevano ottenuto sia i capitani coraggiosi guidati da Roberto Colannino sia gli emiri di Etihad.
Ancora nelle ultime ore, e in un’intervista al quotidiano economico finanziario tedesco Handelsblatt, il ceo di Lufthansa Carsten Spohr ha confermato l'interesse per Alitalia. «Dopo gli Usa, per noi, l'Italia è il mercato più importante. Il Paese è strutturato in modo decentralizzato come la Germania. Perciò abbiamo grande interesse a che la nostra posizione di mercato qui sia almeno mantenuta, se non, meglio ancora, aumentata». Subito aggiungendo una postilla: «Ma con un'Alitalia nelle condizioni attuali questo non è possibile. Ci sono colloqui in corso per capire se questo, con una nuova Alitalia, sia possibile. L'Alitalia di oggi per noi non è un tema».
ROMA COME BRUXELLES E ZURIGO? A quanto pare i tedeschi, che già nel 2006 strinsero un accordo informale con i sindacati confederali in chiave anti Air France, vorrebbero sbarazzarsi senza colpo ferire (e senza pagare un euro) di un numero tra i 4 e i 5 mila dipendenti, facendo a Roma quello che già hanno realizzato a Bruxelles con l’ex Sabena e a Zurigo con l’ex Swissair: un mini hub destinato al Sud America e ai Paesi del Nord Africa, ben sapendo che difficilmente gli accordi tra Alitalia e Delta aprirebbero nuove tratte in America all’ex compagnia di bandiera. Quindi toccherebbe al governo accollarsi nuovamente gli esuberi.
Il fronte tedesco e quello italiano (rappresentato sia dall’esecutivo sia dai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari) non sarebbero entrati nel merito della proposta. Di più, a Palazzo Chigi - con Matteo Renzi che dal primo momento ha promesso di salvare Alitalia senza buttare un euro pubblico - la richiesta è apparsa irricevibile. Però a quanto pare nel governo si starebbe aprendo ora dopo ora un fronte pronto a considerare la proposta tedesca.
L'EUROPA PERÒ VIGILA SU DI NOI... Anche se il ministro Calenda avrebbe spiegato che non ci sono grandi margini procedurali: l’Europa difficilmente acconsentirebbe a nuovi aiuti di Stato, soprattutto in un momento nel quale Ryanair e British sono pronte a denunciare alle autorità di Bruxelles il monopolio de facto che si è creato in Germania dopo che Spohr ha comprato da Etihad Air Berlin.
UN MANTRA PER NASCONDERE ALTRO. Ma si sa - e a maggior ragione dopo che sarà chiaro a tutti che nessun soggetto vuole prendersi Alitalia nella sua interezza di debiti e inefficienze -, in campagna elettorale può succedere di tutto. Anche nascondere l’ennesimo intervento di Stato dietro il nuovo mantra: «Ci vuole tempo per vagliare le offerte e non svendere».

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