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mercoledì 13 settembre 2017

Schiacciante supremazia dei tori: Ftse Mib verso i top 2015?

 
Di (KSE: 003160.KS - notizie) seguito riportiamo l’intervista realizzata a Gaetano Evangelista, amministratore unico di AGE Italia.
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I mercati azionari dopo qualche incertezza hanno ripreso tutti la via del rialzo: basti pensare che Wall Street è tornata nuovamente sui massimi storici. Questa fase ascendente  è destinata a proseguire o c’è qualche fattore che potrebbe frenarla?
Non c’è niente che riesca a fermare Wall Street: nemmeno la stagionalità tipicamente negativa.
Con un colpo di reni nel finale, lo S&P ha chiuso con un saldo positivo nel mese di agosto, e sta replicando a settembre. Se fra poco più di due settimane dovessimo chiudere sopra i 2.472 punti di S&P, disporremmo di un raro setup stagionale che ha “chiamato” un quarto trimestre positivo praticamente in tutti i casi sperimentati dal Dopoguerra ad oggi.
Non che la cosa mi sorprenda, a dire la verità. In effetti già disponevamo di analisi a supporto di questa tesi. Ne abbiamo parlato nell’Outlook di metà anno, dove abbiamo esplicitato il target per Wall Street una volta superata la massiccia resistenza a 2500 punti.
A Piazza Affari il Ftse Mib ha rotto gli indugi e si sta spingendo su nuovi massimi dell’anno oltre quota 22.000. Prevede ulteriori apprezzamenti nel breve? Quali i livelli da tenere d’occhio?
L’indice Ftse MIB è alle prese a sua volta con una notevole resistenza fra 22mila e 22500 punti. È bene sottolineare come oltre questa soglia non vi sarebbe nulla, prima dei massimi del 2015 in area 24000 punti.
L’aspetto confortante è dato dal turnover. Nelle ultime due settimane l’Up Volume in media è stato superiore ai 2/3 degli scambi complessivi di Piazza Affari. Una supremazia dei Tori schiacciante, e beneaugurante: visto che la borsa italiana tende a migliorarsi nelle settimane successive a tale circostanza. Gli ultimi episodi di dicembre e marzo stanno lì a testimoniarlo.
Dopo un allungo verso i 1.360 dollari l’oncia l’oro è tornato un po’ sui suoi passi, pur mantenendosi sopra la soglia dei 1.300 dollari. Quali sono le sue previsioni per questa commodity?
L’oro è visto come bene rifugio, per cui molti analisti hanno interpretato la vitalità del metallo giallo come sintomo di timori da parte degli investitori per i noti eventi esogeni.
Non è così. Intanto perché, come segnalano i massimi storici di Wall Street, gli operatori sono tutt’altro che intimoriti. E poi perché, se coniughiamo l’esame dell’oro con quello del GCR – il famoso e prezioso gold/copper ratio – ci accorgiamo che la fase di risk off si è interrotta all’inizio di giugno: se è vero che gli investitori comprano oro perché temono il peggio, come mai il GCR negli ultimi tre mesi ha puntato verso il basso?
La verità è che il rialzo dell’oro è il perfetto riflesso della debolezza del dollaro. Se il biglietto verde dovesse trovare un fondo, gli investitori sui preziosi se la darebbero a gambe levate.
I Commercial sono già posizionati: manco a dirlo, pesantemente short.
Suppongo che un rally del dollaro potrebbe intervenire soltanto se i tassi di interesse americani smettessero di scendere. A proposito: come giudica la forza dei titoli di Stato globali?
Da un lato, è un tema di investimento sul quale puntiamo dall’inizio dell’anno, e in modo particolare da metà 2017. Una scelta inizialmente faticosa, ma poi premiante.
Il vecchio motto “Don’t fight the Fed” si è trasformato in “Don’t fight the central banks”: che dall’inizio dell’anno hanno comprato attività finanziarie – fra cui titoli di Stato – per due trilioni di dollari! Questo spiega il conundrum di borse in crescita, e di tassi di interesse in calo.
La nostra però è una operazione tattica, non strategica. Il declino dei tassi di interesse (americani, in particolare) da inizio anno, è andato in direzione opposta rispetto alla congiuntura americana, ben rappresentata dall’ISM Index.
Questa divergenza non potrà essere sostenuta per troppo tempo, e presto un riallineamento sarà inevitabile: o con un rallentamento dell’espansione economica, o con un rimbalzo dei rendimenti pubblici.
Lo studio che propongo in conclusione, realizzato dalla canadese BCA Research (di cui da anni siamo felici sottoscrittori) chiarisce perfettamente il punto.


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