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martedì 26 settembre 2017

Petrolio: ecco il nemico ignorato (volutamente) dai mercati


Il petrolio ha chiuso ancora una seduta in rialzo: a New York, infatti, il Brent è arrivato a toccare i massimi da oltre due anni sfiorando i 59 dollari al barile (58,88) e il Wti ai massimi da aprile.

I motivi dell'ottimismo

A sostenere l'ottimismo non è solo più la possibile estensione del taglio alla produzione deciso dall'Opec ma anche il referendum che si sta tenendo in Kurdistan e che potrebbe decretare la storica indipendenza della regione, indipendenza contro cui la Turchia si è opposta minacciando la chiusura dell'oleodotto che trasporta il petrolio estratto dalla regione.

Una minaccia alla quale i mercati sembrano credere poco a causa, paradossalmente, proprio dei grandi numeri che questa decisione andrebbe a sconvolgere. Infatti a sua volta l'Iraq (la popolazione curda è divisa tra le due nazioni) ha anch'esso avanzato pretese sul greggio curdo ingolosita dai 400mila barili al giorno estratti quotidianamente da quella regione.
Le operazioni di voto, osteggiate non solo da Iraq e Turchia ma anche da Iran e Usa potrebbero dar vita ad una secessione storica che avrebbe impatti estremi sulle quotazioni del barile dal momento che la maggior parte dei 650mila barili provenienti dal Kurdistan (che arrivano nel Mediterraneo proprio attraverso la Turchia) sono anche la prima e con ogni probabilità la sola fonte di guadagno per la nascitura nazione curda.

La questione turca

Al centro della partita ci sono riserve di petrolio pari ad oltre 45miliardi di barili che contribuiscono all'economia irachena in prima battuta ma anche alla Turchia, punto di snodo nevralgico che può anche sfruttare il vantaggio sia come moneta di scambio in ambito internazionale (con Asia ed Europa) ma anche e soprattutto come occasione per acquisti particolarmente convenienti di greggio.

Non solo ma al centro della questione anche i tanti investimenti che, proprio in ambito infrastrutturale, sono già stati fatti; primo esempio su tutto quello di Rosneft che ha investito per la creazione di una pipeline nel Kurdistan che dovrebbe essere chiusa nel giro di due anni. Troppo per permettere ad Erdogan di fare un colpo di testa e isolare la zona.
Per tutti questi motivi allo stato attuale delle cose sembrerebbe che il fattore più determinante per una stretta sulla produzione possa essere un prolungamento degli accordi Opec-non Opec sul taglio, prolungamento che potrebbe portare ad allungare la deadline dei tagli oltre il primo trimestre 2018 i tagli sul greggio estratto.

Sebbene la strategia rischi di avere un impatto particolarmente limitato visto che Libia, Nigeria, Venezuela, Iran e Iraq sono già allineate per lanciare le rispettive produzioni ai massimi storici, qualcuno, guardando al lungo periodo, non è della stessa opinione: anziché un aumento dell'output, esiste un rischio effettivo di una compressione del mercato già nel 2018, causata da una serie di minori investimenti nel settore dell'esplorazione e dello sviluppo.
Fonte: News Trend Online

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