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martedì 12 settembre 2017

Petrolio: domanda in calo prima del previsto


Gli uragani hanno colpito gli Usa nella zona storicamente vocata alla produzione di petrolio ma a differenza di quanto si possa pensare, ad essere danneggiata non è stata l'offerta quanto la domanda.

Il danno degli uragani

In realtà il passaggio di Irma, adesso declassata a tempesta tropicale, è stato un momento difficile per la popolazione della Florida e ancora di più per quella cubana e caraibica, ma da un punto di vista strettamente economico non ha avuto grandi ripercussioni così come anche l'altro grande evento catastrofico abbattuto si sul Texas, l'uragano Harvey, che ha costretto le raffinerie, le strutture addette al trasporto e i pozzi a chiusure solo momentanee.

Per la precisione sono state colpite maggiormente le prime due voci e solo marginalmente i secondi, il che fa capire come la disponibilità di materia prima dai giacimenti sia ancora effettiva mentre ad essere a rischio, soprattutto dopo la distruzione di un ingente parco auto e il ko del sistema elettrico, potrebbe essere la domanda.
Stando alle stime di Goldman Sachs si parla di 900mila barili al giorno che nessuno vorrà, mentre sul fronte della produzione il calo è di soli 300mila barili, il tutto mentre gli impianti stenteranno ad essere a pieno regime in tempi brevi. A confermare i timori della banca d'affari basterebbe fare un confronto con l'altro grande evento catastrofico che circa 12 anni fa distrusse St.Louis e portò a un rallentamento della domanda di circa il 2%.

Le previsioni degli analisti 

Più ampia, e soprattutto più a lungo termine, la paura di RBC secondo cui i prezzi dei petroliferi sono sotto pressione a causa di preoccupazioni sui limiti della domanda, limiti che potrebbero essere ormai già raggiunti, e che stanno paralizzando le valutazioni più di altri fattori, come la minaccia di automobili elettriche e le politiche nazionali mirate a limitare l'uso di benzina e diesel a favore di energie alternative.

Le parole di Helima Croft stratega sulle materie prime per RBC lasciano pochi dubbi: per i produttori Usa di shale l'unico livello interessante e potenzialmente remunerativo è quello dei 50 dollari al barile. L'OPEC, invece, è intenzionata ad accordi tra paesi membri e nazioni esterne, per riuscire a spingere le quotazioni oltre i 60 dollari, livello che è invece più utile per loro.
Per quanto l'Arabia Saudita e la Russia si siano dimostrate disposte ad ulteriori, eventuali, tagli alla produzione in molti, a causa dell'opportunismo degli Usa, temono che la loro pazienza potrebbe esaurirsi presto.
Anche dall'ultimo studio del Boston Consulting Group arriva una conferma in questa direzione: stando ai risultati, infatti, la domanda mondiale di petrolio potrebbe iniziare a cadere prima del previsto con un picco della domanda toccato tra il 2025 e il 2030.

Le cause del crollo sarebbero da ricercarsi nell'aumento dell'efficienza energetica e nelle energie alternative sempre più utilizzate sia a livello privato che istituzionale.

Fonte: News Trend Online

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