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venerdì 29 settembre 2017

Petrolio a 60 dollari anche prima di fine anno?

 
Gli ultimi anni sono stati difficili per il petrolio, soprattutto per chi opera nel settore visto che i trend che caratterizzano la quotazione sono stati soggetti a diverse correnti spesso contrapposte.
Un futuro non più oscuro
Tutto questo ha reso molto difficile cercare di prevedere il futuro del prezzo del barile, con la conseguenza, più che ovvia, che gli investitori hanno preferito di volta in volta seguire l’onda e regolarsi alla giornata. Un immobilismo che, adesso, potrebbe essere finito. Infatti, se fino a qualche tempo fa la soglia dei 50 dollari al barile era addirittura una scommessa azzardata adesso si parla con tranquillità di 60 dollari al barile. Attualmente la quotazione si aggira sui 57,5 dollari per il Brent e sui 51,61 per il Wti, mentre lunedì scorso il barile ha visto il suo picco nelle quotazioni da oltre 2 anni.
Un ritrovato dinamismo che si spiega con un generale cambio d’approccio da parte del mercato, sul medio termine, cambio d’approccio a sua volta favorito dalle ultime dichiarazioni dei membri dell’Opec secondo cui, grazie allo spontaneo riequilibrio del settore, potrebbe non essere necessario un ulteriore taglio della produzione, per quanto l’organizzazione si sia dichiarata disposta, insieme ad una decina di paesi esterni, a prendere eventuali provvedimenti per una stretta sull’output. Alla base di questo riassestamento spontaneo parrebbe esserci un aumento della domanda sia da parte delle grandi potenze come India e Cina ma anche da un ritrovato slancio dell’Economia europea.  A conferma di questo potrebbe essere citata anche l'EIA, l’International Energy Agency, con le previsioni sulla domanda per il 2017, riviste al rialzo: da un’iniziale quota di 1,5 milioni di barili si è passato ad una di 1,6 milioni al giorno. 
Calo dell'offerta?
Ecco allora che Citigroup (NYSE: C - notizie) lancia addirittura un allarme: nel 2018 si potrebbe registrare una carenza di offerta a livello mondiale. Un paradosso dettato secondo la società, non tanto dalla contrazione della produzione e degli investimenti ad opera delle grandi Corporate Made in Usa quanto dall’Opec e dal picco della produzione di 5 paesi in particolare: Libia, Nigeria, Venezuela, Iran e Iraq. 
Un altro fattore che farebbe da traino per un aumento del prezzo è da identificarsi nel’aumento della domanda. L’India è la prima protagonista in tale senso aiutata anche dalla diffusione del parco auto a benzina; le paure dettate dalla rivoluzione ibrida o elettrica sono ancora lontane dal momento che oltre ai tempi tecnici per il naturale rinnovo del parco auto attualmente in circolazione, bisogna considerare che i paesi emergenti, quelli che attualmente registrano l’incremento maggiore sulla presenza di vetture, sono anche quelli in cui, presumibilmente, le nuove auto arriveranno con maggiore ritardo. In questo quadro trovano poco spazio i pensieri per il referendum per l’indipendenza del Kurdistan, la regione che da sola offre 650mila barili e contro cui si sono schierate tutte le nazioni che, politicamente, se la dividono: Iran, Iraq, Turchia e Siria. Nonostante il risultato sia stato, come prevedibile, un plebiscito a favore del sì, è molto difficile che i paesi che hanno a che fare con l’enorme ricchezza dell’aspirante nazione, possano decidere il blocco delle estrazioni e, come nel caso della Turchia, anche dei flussi di greggio che, proprio attraverso l’Anatolia, si dipanano tra Asia e Europa. Hub internazionale troppo importante non solo da un punto di vista economico ma anche e soprattutto da quello politico visto che può essere usato come arma di ricatto, come la recente storia insegna. 
Quindi il livello di 60 dollari al barile, grazie a questo mix di aumento della domanda e diminuzione della produzione soprattutto grazie ai passati tagli Opec, non è poi l’eresia che sembrava anche solo all’inizio di maggio. 

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