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giovedì 28 settembre 2017

Le elezioni tedesche e la posizione FDP sull'euro

 
Doveva essere una consultazione elettorale all’insegna della stabilità e dell’assenza di sorprese. E invece l’esito delle elezioni politiche tedesche potrebbe influenzare notevolmente l’evoluzione della UE e soprattutto dell’Eurozona, in un futuro molto prossimo.
La CDU-CSU si è confermata il partito di maggioranza relativa, ma con una sorprendente caduta di consensi. La SPD ha subito un tracollo, e ha deciso di non formare un’ulteriore Grande Coalizione con lo schieramento di Angela Merkel, passando invece all’opposizione.
La crescita della destra di AFD ha superato ogni previsione. Ma naturalmente è esclusa la volontà della CDU-CSU di prendere in considerazione loro o la sinistra di Die Linke come partner di governo.
Il che lascia, come unica possibilità – per default – una coalizione tra la CDU-CSU, i liberali di FDP e i Verdi. Ma l’accordo sul programma di governo è tutt’altro che semplice: le posizioni su vari temi (economia, immigrazione, ambiente) in molti casi sono alquanto distanti.
Il raggiungimento di un accordo, comunque, per quanto faticosi saranno i negoziati, appare abbastanza probabile (non c’è molta voglia di rifare le elezioni tra pochi mesi, senza alcuna garanzia che l’esito sia diverso da quello di domenica scorsa). E questo induce a riflettere sulla posizione di FDP in merito ai meccanismi di funzionamento dell’Eurozona, perché è plausibile che FDP spinga in quella direzione in caso di suo ingresso nel governo.
Come sintetizzato in un recente studio di Nordea Bank (Londra: 0JNL.L - notizie) , FDP propone di (i) introdurre meccanismi per l’uscita dall’Eurozona senza necessariamente abbandonare la UE (ii) rafforzare le clausole che impediscono il bail-out di stati membri insolventi dell’Eurozona, introducendo invece meccanismi di ristrutturazione automatica dei debiti sovrani (iii) limitare la capacità di intervento del MES (iv) imporre sanzioni automatiche (e non più lasciate alla discrezionalità della Commissione Europea) in caso di superamento dei limiti di deficit pubblico.
Tutto questo confligge in modo pressoché totale con le proposte di Macron di istituire un Ministro dell’Economia dell’Eurozona con un budget di spesa a disposizione per politiche di intervento e di sostegno della domanda (proposte la cui accettazione da parte dei tedeschi, a un livello che non fosse puramente simbolico, era comunque già alquanto dubbia).
Se passerà la posizione FDP, l’introduzione di un meccanismo di Moneta Fiscale / CCF appare ancora più necessaria per ottenere un Eurosistema funzionale.
Prendiamo il caso dell’Italia. Il recentissimo aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, a cura del Ministero dell’Economia (settembre 2017) prevede che il debito pubblico italiano abbia raggiunto il picco in rapporto al PIL (132%) a fine 2016. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) 2017 si registrerà un modesto calo (131,6%) che dovrà proseguire a ritmi accelerati negli anni successivi. Il rapporto deficit pubblico / PIL dal 2,1% nel 2017 si ridurrà all’1,6% nel 2019, e sostanzialmente arriverà al pareggio nel 2020.
Il bilancio pubblico dovrebbe restare in equilibrio anche dopo il 2020: il debito pubblico lordo italiano raggiungerebbe quindi un livello massimo di 2.346 miliardi a fine 2020 (contro 2.260 a fine 2017).
Il PIL reale manterrà nel 2018 e 2019 una crescita in linea con il 2017 (1,5%), mentre per il 2020 è previsto un +1,3%.
Un andamento di questo tipo da un lato è del tutto insoddisfacente in termini di crescita reale: siamo sempre agli “uno virgola”, insufficienti per un significativo miglioramento del quadro dell’occupazione e per alleviare il pesante disagio sociale di cui oggi l’Italia soffre.
Dall’altro lato, un qualsiasi evento esterno anche solo modestamente negativo – una blanda recessione internazionale, per esempio – è sufficiente a far deragliare queste (già di per sé insoddisfacenti) prospettive, riportando tra l’altro fuori binario l’andamento di deficit e debito pubblico.
La quadratura del cerchio, coerente anche con gli obiettivi del governo tedesco se passerà la posizione FDP, potrebbe essere la seguente.
L’Italia si impegna in modo tassativo, senza deroghe, a mantenere il debito pubblico lordo a un livello non superiore a un hard cap di 2.346 miliardi. Emette tuttavia moneta fiscale, in forma per esempio di CCF, per conseguire una rapida accelerazione della domanda e quindi della crescita reale, oltre il 3% per tre anni.
Questo è il livello necessario a rimettere in salute il mercato del lavoro italiano, e anche a far sì che il maggior PIL produca gettito fiscale addizionale sufficiente a restare nel limite dell’hard cap. I CCF in circolazione, ricordo, non sono debito pubblico e comunque non esiste nessuna possibilità che fenomeni speculativi o andamenti di mercato finanziario possano forzare l’Italia al default (appunto perché i CCF non comportano obbligo di rimborso, ma solo diritti a sconti fiscali futuri). Non si creano quindi, per i partner dell’Eurozona, rischi addizionali di bail-out.
L’Italia avrà a disposizione lo strumento CCF anche per gestire eventuali temporanee fasi congiunturali negative, rispettando l’hard cap ma attuando azioni non procicliche. Ad esempio, sostituendo quote di spesa pubblica con pagamenti in CCF, e/o imponendo prelievi fiscali addizionali ma compensati da erogazioni di CCF.
Sarà anche possibile accelerare il processo di riduzione del debito pubblico italiano, mediante emissioni di CCF che vadano a rimborsare debito in scadenza.
La totale messa in sicurezza del sistema è a questo punto garantita, a condizione che la BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) mantenga in essere il “whatever it takes” di Draghi: garantisca cioè il debito pubblico italiano (quello vero, da rimborsare in euro) purché non aumenti neanche di un centesimo rispetto all’hard cap.
Se il “whatever it takes” non verrà confermato, il che equivale a dire se la BCE non assicurerà di voler essere garante di ultima istanza (nei limiti, ripeto, dell’”hard cap”) rimane possibile (anche se molto meno probabile) che andamenti speculativi dei mercati possano forzare comunque l’Italia (o altri paesi) all’insolvenza. Nel qual caso scatterà quanto ipotizzato dal programma FDP: uscita dall’Eurozona mediante una procedura preconcordata, e ristrutturazione del debito pubblico (la cui modalità di gran lunga più sensata e indolore sarà la ridenominazione nella nuova moneta nazionale).
Quest’ultimo scenario, ribadisco, è comunque molto meno probabile (rispetto alla situazione odierna) in un contesto di CCF affiancati all’euro. E la BCE può escluderne completamente la possibilità con la semplice conferma del “whatever it takes”.

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