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lunedì 11 settembre 2017

"La via della Seta": come la Cina si sta impadronendo del mondo


La chiamano "La nuova via della Seta" e a crearla è proprio Pechino. Come la storia insegna. La caratteristica principale? La presenza del Dragone negli affari internazionali evitando il più possibile l'ingerenza politica. Anche grazie a questo la Cina si sta impadronendo del mondo. 

Politica e Finanza: due rette parallele

In altre parole: diplomazia e finanza percorrono due binari differenti.
Una logica che da anni è la bandiera di molte cancellerie ma che solo la Cina, forse, è riuscita a sdoganare. la dimostrazione arriva proprio dal numero di cantieri che la nazione ha aperto e di affari che Pechino ha chiuso in tutto il mondo e mantenendo buoni rapporti con tutti. forse non tutti sanno che, grazie alla fame di petrolio, Pechino è entrata di fatto nel capitale di Rosneft, colosso russo del petrolio in mano per il 51% del governo ex sovietico e per poco meno del 20% (19,8%) di Bp, il primo di una lunga serie di collaborazioni con Mosca.

A sua volta, poi, Rosneft potrebbe essere interessata ad eventuali collaborazioni con Ryad e vedere l'entrata in scena dell'Arabia Saudita, nello specifico di Aramco, in via di privatizzazione sui progetti estrattivi presenti nell'Artico. A causa del riscaldamento globale, infatti, i ghiacci perenni non sono più tanto perenni e questo ha permesso a diverse navi russe, adeguatamente attrezzate, di raggiungere la Cina attraverso il Polo Nord, senza dover ricorrere alle navi rompighiaccio, procedura finora adottata.

Una collaborazione che secondo le stime della banca d'affari Grisons Peak, riferite poi dal Financial Times ammonterebbe a 20 miliardi di euro, tanto, infatti, avrebbe investito la Cina da un anno a questa parte, per chiudere il cerchio commerciale della nuova via della seta. Un cerchio che nasce da investimenti che la Cina ha fatto in alcuni porti usati come base d'appoggio e che partendo da Malesia (4 porti) e Indonesia, comprende l'Oceano Indiano e arriva nel Mediterraneo.
Il tutto mentre una seconda rotta sarebbe già stata disegnata a Nord, lungo l’Artico, come detto, e comprenderebbe Arcangelo in Russia, poi alcune zone della Lituania, della Norvegia e dell'Islanda, porti che si andrebbero ad aggiungere a quello pakistano di Gwadar, allo scalo di Hambantota nello Sri Lanka e al Pireo greco svenduto sotto la pressione della crisi del debito di Atene. 

Cosa significa tutto questo?

Prima di tutto che le sanzioni imposte a Mosca a quanto pare non valgono più di tanto per la Cina, inoltre che da sola Pechino è in grado, non certo da oggi, di sconvolgere gli equilibri esistenti.

Ancora di più in considerazione del fatto che, nonostante le difficoltà a confermare i livelli di crescita che ondeggiano tra il 6,3% e il 6,5%, il Dragone è pur sempre la seconda (e secondo alcuni parametri addirittura la prima) potenza economica mondiale. Non solo, ma in virtù di questo Pechino è ormai il primo cliente per chi deve vendere petrolio.
La litigiosità interna all'Opec non sta dando una mano ad un'organizzazione che da tempo è in piena crisi di identità e con l'entrata in scena dello shale oil Usa non ha più nemmeno l'arma del ricatto e dei petroldollari. Paradossalmente, adesso, l'Opec non è più in grado di dettare legge sul mercato diventando invece soggetta alla collaborazione con il gigante asiatico che vede il campo libero dall'influenza Usa.

Da parte sua Washington preferisce evitare di impegnarsi in Medio Oriente visto che il petrolio ormai lo ha anche a casa sua. Risultato: un nuovo protagonista sulla scena che, a differenza di Washington, non prende posizioni nette nelle questioni interne con il vantaggio, perciò, di stingere affari sia con la già citata Arabia Saudita sia con il suo più grande nemico, l'Iran di cui è collaboratore ormai da decenni.
il massimo che Pechino ha fatto è stato annullare la visita del presidente cinese a Riyad per non offendere gli alleati iraniani, sostenitori della popolazione Houthi, nel mirino dell'Arabia in occasione della guerra contro lo Yemen, il tutto mentre invece il ministero degli esteri cinese condannava gli Houthi invocando il ritorno del governo appoggiato dai sauditi stessi.

Un colpo al cerchio e uno alla botte dettato dalla necessità di far continuare il passaggio per lo stretto di Hormuz, di oltre il 50% del petrolio destinato alla Cina, petrolio che, in caso di rinfocolamento delle tensioni, potrebbe non arrivare più a destinazione oppure rallentare in maniera pericolosa.
Da parte loro, invece, Iran e Arabia preferiscono non approfondire al questione proprio perchè, in un momento di crisi del greggio, il cliente con gli occhi a mandorla è un sicuro acquirente di greggio. Pecunia non olet, direbbero gli antichi.  
Fonte: News Trend Online

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