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giovedì 28 settembre 2017

La versione di Capital Group sugli Emergenti


Natasha Braginsky Mounier, direttore investimenti di Capital Group, spiega che negli ultimi 30 anni i mercati emergenti si sono trasformati da una nicchia di mercato a driver principale d’investimento (per i rendimenti).
Quando Capital Group ha lanciato il primo fondo globale sui mercati emergenti nel 1986, su richiesta della Banca Mondiale per promuovere l’investimento nei paesi in via di sviluppo, ha dovuto anche creare il benchmark di riferimento per i mercati emergenti, Il Capital International EM (oggi noto come MSCI EM) - spiega Natasha Braginsky Mounier -.

All’epoca l’universo d’investimento rappresentava solo 1% del mercato azionario globale. Adesso gli emergenti pesano per l’11% sull’azionario globale, il 40% del PIL e guidano il 70% della crescita economica globale.
Tradizionalmente i ME venivano percepiti come economie guidate principalmente dal settore energetico e dei materiali, concetto oggigiorno obsoleto – IT e Finanziario oggi coprono il 50% dell’indice - spiega Natasha Braginsky Mounier -.

Questo spostamento settoriale indica un importante sviluppo strutturale degli emergenti. Gli investitori più pazienti sono stati ricompensati da una transizione pluridecennale -  $10.000 investiti nei ME a fine 2001 oggi valgono $51.500. E la stessa somma investita nei paesi sviluppati oggi varrebbe “solo” $28.800, un buon rendimento ma circa la metà del rendimento dei ME.
Questo è il potere della capitalizzazione nel lungo periodo: gli emergenti hanno generato un CAGR (tasso annuo di crescita composto) dell’11% p.a nel periodo vs il 7% dei paesi sviluppati, nonostante la Crisi Finanziaria Globale.
Attualmente le valutazioni dei ME appaiono attraenti all’interno di un contesto caratterizzato da una crescita globale agevolata e di tassi d’interesse bassi - spiega Natasha Braginsky Mounier -.

Se consideriamo il rapporto tra prezzo dei titoli e utili (P/E), gli emergenti scambiano al 22% di sconto rispetto ai paesi sviluppati – al disotto del livello medio di sconto degli ultimi 10 anni. Se a questo aggiungiamo che gli utili previsti del 15% nei ME rappresentano il livello più alto su scala globale mentre, si conclude facilmente che le valutazioni dei mercati emergenti raramente sono state significativamente più economiche.
Nel frattempo le valute dei paesi emergenti sono ben supportate da alti rendimenti reali delle obbligazioni rispetto ai paesi sviluppati e vedono flussi in entrata verso fondi obbligazionari. Questo anche grazie alla crescente affidabilità, e quindi al minor rischio di insolvenza, che viene riconosciuta alle società emittenti di obbligazioni dei ME.

Ad ogni modo, l’indice MSCI EM è diventato sempre più problematico per gli investitori globali.
Anche se è passato da 10 a 26 Paesi, è molto concentrato sull’Asia che oggi comprende il 73% del valore del mercato. La Cina da sola rappresenta il 28,5% e la Corea il 15.3% - spiega Natasha Braginsky Mounier -.
Allo stesso tempo, i mercati azionari emergenti rimangono relativamente piccoli in termini di dimensione assoluta e meno sviluppati dato che la maggioranza degli asset è di proprietà statale o sono posseduti direttamente da investitori locali o multinazionali. Complessivamente l’indice MSCI EM rappresenta solo 18% del PIL degli emergenti, dato molto basso se paragonato al 97% del Regno Unito e al 112% degli USA.

Questo ci illustra anche l’abbondanza di grandi multinazionali in UK e USA rispetto agli emergenti.
Infatti, le 10 principali società quotate negli USA pesano circa come l’intero indice MSCI EM, 4.300 miliardi di dollari - spiega Natasha Braginsky Mounier -. Perciò, un’ulteriore opportunità per avere un’esposizione sui mercati emergenti riducendo la volatilità del portafoglio è trovare investimenti convincenti tra le società dei mercati sviluppati che hanno un’importante presenza nei mercati emergenti.

Applichiamo quindi il concetto di nuova geografia degli investimenti, secondo il quale è bene valutare dove vengono generati i ricavi di un’azienda piuttosto che la sua sede geografica. Questo porta ad una maggior diversificazione del portafoglio sia da un punto di vista geografico che settoriale, creando un cuscino in fasi di ribasso di mercato.
Abbiamo usato questa strategia per 18 anni e si è dimostrato un metodo di successo per generare robusti e stabili rendimenti per investitori di lungo periodo.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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