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giovedì 28 settembre 2017

In arrivo 4 anni difficili per l'Europa?

In arrivo 4 anni difficili per l'Europa?
Analisti, osservatori, tecnici e persino dati macro: tutti concordi nel confermare la ripresa in arrivo per l’Europa.
Le cifre europee
E i numeri parlano chiaro: ad un aumento generalizzato degli ordini, nonostante un euro pesante, è corrisposto un indice manifatturiero a sua volta cresciuto a 55,7 nel terzo trimestre 2017 insieme ad un’occupazione in costante ripresa, per la precisione con un dato positivo per la 34esima volta di fila. Da qui le previsioni di crescita del Pil europeo al 2,1%, mai così alta dal 2007..Salvo poi essere smentiti dal fattore politico in Italia, vista come la maggior fonte di ansia per gli investitori e, come se ciò non bastasse, dalla sorpresa arrivata nazione che era vista come la più solida, la Germania. Urne scontate a Berlino, almeno all’apparenza, se non fosse stato per quel 33% in mano alla Cdu di Angela Merkel, un risultato che, sebbene abbia garantito la poltrona al cancelliere tedesco, ha anche smentito le previsioni e fatto nascere una cappa di incertezza sul futuro del Vecchio Continente. I motivi sono diversi anche se per lo più si vuole attribuire la debacle a quanto fatto nel 2015 con la decisione di far entrare oltre 1,3 milioni di profughi su territorio nazionale. Un risultato così debole (il peggiore dal dopoguerra) dovrà inevitabilmente essere rafforzato da una serie di alleanze che, qualora l’Spd di Martin Schulz volesse continuare a restare all’opposizione, si piegherebbe a una coalizione con liberali e verdi, entrambi con progetti diversi: i secondi contrari a un numero chiuso per gli immigrati, i primi invece non gradirebbero un'integrazione costante in Europa, preferendo mantenere maggiori autonomie soprattutto in ambito di riforme.
L'enigma tedesco
E qui nasce il problema: mancando di reali affinità elettive (il richiamo a Goethe è d’obbligo) la Merkel avrà problemi a portare avanti i suoi intenti, trovando difficoltà a farli approvare anche a casa propria. Proprio adesso che lei stessa puntava a sfruttare la leadership conquistata per implementare le riforme a livello europeo. Il piano, invece, dovrà essere abbandonato perchè la lady d’acciaio dovrà invece concentrarsi su accordi interni da presentare poi all’Europa. In altre parole, dopo aver formato un governo (le cui tempistiche di nascita sono incerte visto che la legge tedesca non fissa tempi massimi), dovrà riuscire a creare un programma politico che sia accettato anche dai suoi alleati e, quindi, presentarlo all’Europa. Un primo passo proprio in queste ore: sembra ormai certo che Wolfgang Schäuble lascerà il suo attuale incarico come ministro delle Finanze, incarico ricoperto per 8 anni e che ha dato vita a diversi momenti di tensione durante le innumerevoli crisi della moneta unica, per assumere il ruolo di presidente del Bundestag, il parlamento tedesco, magari proprio in vista di una guerra con i 700 rapresentanti eletti, mai così tanti. Ad annunciarlo sono i capigruppo della Cd, Volker Kaude, e del Csu, Alexander Dobrindt.
Lo scacchiere
Si tratta della prima mossa sullo scacchiere della politica dal momento che la carica verrebbe assunta (condizionale d'obbligo anche qui visto che l'incarico potrebbe andare anche a un fedelissimo della stessa Merkel e che troverebbe anche il plauso della base degli elettori, insofferenti per la debacle alle urne) da un’esponente dei liberali i quali hanno condiviso con l’ormai ex ministro un approccio di austerity verso i conti pubblici sebbene siano piuttosto impermeabili alle richieste di integrazione all’interno dell’Unione. In pole position per l’ambita poltrona il rappresentante dei liberali della Fdp Christian Lindner. Una notizia che non è piaciuta agli investitori visto l’aumento del decennale tedesco arrivato prima allo 0,483% e poi placatosi a 0,457%
La Merkel, dunque, non sarà direttamente in grado di sostenere l’europeismo che in realtà, finora, ha appoggiato in maniera indiretta. Un pericolo che potrebbe peggiorare in virtù di un tapering che Draghi vorrebbe avviare ma che, nonostante le tante misure a sostegno e protezione delle economie periferiche dell’eurozona, potrebbe ancora creare scompiglio sul settore obbligazionario e su quello dell’euro. Un’ultima osservazione non può fare a meno di sottolineare come l’entrata in parlamento di un partito di estrema destra proprio nella patria di quello che a suo tempo fu il nazionalsocialismo, sia anche l’implicita e definitiva ammissione di una crisi radicale (e forse definitiva?) di una struttura politica tradizionale ormai senza più identità in tutto il Vecchio Continente.  

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