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lunedì 11 settembre 2017

Il biglietto verde… di bile

 
La settimana scorsa si è aperta con la paura delle pazzie nucleari coreane. Si è rasserenata con le speranze riposte in Draghi e si è chiusa con le perplessità sul futuro monetario e l’ansia per l’arrivo in Florida dell’uragano Irma. 
Già solo questa lapidaria descrizione del recente passato è in grado di indurci a pensare che la settimana che comincia oggi è aperta ad ogni esito, sebbene quello più probabile, proseguendo un andazzo in corso da parecchie settimane, credo possa essere la continuazione dello stallo direzionale, cioè la mancanza sia di un’accelerazione all’inerzia rialzista in atto, sempre meno convinta, sia di una svolta ribassista al trend, che sia in grado di durare più di 3 giornate consecutive, che sono state la massima intensità dei ribassi visti un paio di volte in agosto.
A conferma della stanchezza del braccio di ferro tra gli umori in campo sul mercato azionario, notiamo che il VIX, l’indice della paura di ribasso su Wall Street, si è stabilizzato intorno a quota 12, cioè un po’ più in alto dei minimi di agosto, che avevano visto valori leggermente inferiori a 10, ma decisamente più in basso dei picchi di paura del 11 agosto, quando arrivò a superare quota 17.
L’unico asset finanziario che sta manifestando un deciso trend, rialzista, è il cambio Euro-Dollaro, dal quale a mio parere dipende anche buona parte dello stallo esistente sui mercati azionari.
EUR/USD segnò il suo minimo a 1,034 il 3 gennaio scorso, quando culminò il movimento di rafforzamento del dollaro generatosi dopo l’inattesa vittoria elettorale di Trump e sulla stampa specializzata come nei bar si magnificavano i sogni di gloria americana del “Make America Great Again”. Gli ultimi due mesi del 2016 furono infatti contrassegnati dall’assalto a tutto quel che era americano, dalla valuta alle azioni, tanto che anche la FED si sbilanciò a profetizzare una crescita economica in rafforzamento, il conseguimento del target del 2% da parte dell’inflazione, ed il via libera ad accelerare il ritmo di rialzo dei tassi, per tornare rapidamente alla normalità monetaria.
A questo ottimismo sulle sorti degli USA, in quei mesi si contrapponevano le critiche all’Europa per i più svariati motivi: un ritmo di crescita economica visto nel 2017 ancora zoppicante ed inferiore a quello americano; una politica monetaria della BCE (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) ancora lontana dal prendere in considerazione la rimozione degli stimoli (tassi a zero e QE da 80 miliardi al mese); l’assedio all’Europa dell’immigrazione e dei rifugiati provenienti dalle molteplici aree geografiche sede di conflitti armati, con le conseguenti tensioni sociali nei paesi d’arrivo dell’immigrazione; il terrorismo islamico che paralizzava e stravolgeva la vita delle grandi capitali europee; e soprattutto la minaccia del sovranismo populista anti-europeo alla stabilità politica dell’Unione, in attesa di sfide elettorali molto impegnative e pericolose per l’esistenza stessa dell’Unione Europea. Tutti temevano un 2017 devastante per i partiti politici europeisti nelle elezioni politiche di Olanda, Francia e Germania e in quelle possibili in Italia dopo la sconfitta al Referendum Costituzionale e le successive dimissioni di Renzi. 
In questa situazione il rapporto di cambio che premiava gli USA a danno dell’Europa era semplicemente logico, come era del tutto legittimo leggere all’inizio di quest’anno analisi che estrapolando le magnifiche sorti e progressive dell’America trumpiana e girando il coltello nella piaga delle ferite europee, davano per certo il superamento al ribasso della parità nel cambio EUR/USD.
Ora, 9 mesi dopo, queste previsioni fanno un po’ ridere, come spesso l’utilizzo del senno di poi mette in ridicolo le illusioni del passato.
Infatti il resto del 2017 si è incaricato di ribaltare completamente la situazione che si prefigurava ad inizio anno. Le promesse economiche elettorali di Trump si sono rivelate un fumo che non ha prodotto nemmeno una parvenza di arrosto, mentre i proclami protezionistici hanno innervosito gli altri stati e impaurito gli investitori. L’incapacità di gestire le complicate dinamiche geopolitiche mondiali da parte dell’arrogante e instabile miliardario hanno ridimensionato il prestigio e la credibilità americana nel mondo ed alimentato nuovi conflitti, anziché contribuire a ridurre quelli esistenti.
Ora si aggiungono altre sfide, a quelle già presenti quando Trump si è insediato: il tetto del debito, la riforma fiscale, la ricostruzione dopo gli uragani, la sfida nucleare nord-coreana, il Russiagate, che ultimamente è uscito dai riflettori, ma non è risolto. Ce n’è abbastanza per nutrire molti dubbi sulla futura grandezza americana.
L’Europa invece ha mostrato parecchi segni di resurrezione. Le elezioni svoltesi in primavera in Olanda e soprattutto in Francia hanno segnato la cocente sconfitta dei populismi e la riaffermazione degli ideali europeisti, almeno a parole (Macron, dopo l’insediamento, sembra essere tanto europeista nei discorsi, quanto nazionalista nei fatti concreti). Probabilmente anche le elezioni tedesche che si terranno il 24 settembre prossimo sanciranno la vittoria della Merkel e costituiranno un inno alla stabilità politica europea. In Italia il barattolo elettorale è stato spinto in avanti dalla sapiente quanto poco appariscente capacità di manovra e di mediazione di Gentiloni, sostituto a termine di Renzi, ed il pericolo sovranista si porrà eventualmente non prima della prossima primavera. 
La pressione migratoria, checché ne dicano Salvini e Di Maio, sempre pronti a soffiare sulle paure degli italiani, è decisamente diminuita durante il 2017, rispetto allo scorso anno. 
La crescita economica europea si è irrobustita, tanto che l’Ufficio Studi della BCE qualche giorno fa ha portato la previsione per il 2107 al 2,2%, che è un ritmo più alto di quello americano.
La stessa politica di Draghi, basata sull’accomodamento monetario, sebbene pateticamente riconfermata anche giovedì scorso durante la conferenza stampa, sta mostrando sempre meno credibilità agli occhi dei mercati, che si aspettano in ottobre la vittoria dei falchi tedeschi e la fissazione del fatidico tapering (riduzione del ritmo di acquisti di titoli di stato) per i primi mesi del 2018.
Insomma: il dollaro ha perso appeal e segue il destino della credibilità di Trump, mentre l’euro ne ha guadagnato parecchio grazie alla sistemazione di molte criticità e l’avvio ormai imminente di un processo di ritorno alla normalità monetaria anche da parte della BCE. 
Non è quindi affatto illogico, a ben vedere, che gli investitori abbiano abbandonato il dollaro e si siano posizionati ampiamente sull’euro.
Il recupero dell’Euro, che è iniziato di soppiatto nei primi 3 mesi del 2017, a partire da aprile, e soprattutto dopo la vittoria al primo turno elettorale francese di Macron, si è trasformato in vera e propria inversione rialzista di tendenza a favore dell’euro ed è proseguito a passo di carica nei mesi estivi, andando a sfiorare proprio venerdì scorso quota 1,21.
I mercati sono stati forse imprevedibili, almeno all’inizio del movimento di rimbalzo dell’euro, nei primi mesi del 2017, ma tutt’altro che stupidi, poiché i mesi successivi hanno confermato la perdita di credibilità di Trump e degli USA ed il guadagno di credibilità per l’Europa e la sua moneta. 
Sta di fatto che l’euro sul dollaro si è apprezzato di oltre il 16% in soli 8 mesi. Per i mercati valutari è un movimento molto ampio e certo non può essere casuale. Un movimento che ha condizionato l’andamento degli stessi indici azionari e, in parte di quelli obbligazionari. Infatti il cambio che si rafforza incide negativamente sulle prospettive di crescita del paese, poiché favorisce le importazioni dall’estero (a prezzi via via più bassi) e penalizza le esportazioni delle imprese locali. Sui prezzi al consumo un rafforzamento del cambio esercita pressioni deflazionistiche. Entrambi questi fattori incidono negativamente sul listino azionario di quel paese. Il contrario accade nel caso di deprezzamento della moneta.
Ecco quindi che l’euro forte, nonostante la crescita economica in rafforzamento, ha frenato la salita dell’azionario europeo, che non a caso è in correzione lateral-ribassista da inizio maggio, in concomitanza con l’accelerazione dell’euro. Anche l’inflazione da aprile è tornata a raffreddarsi, allontanandosi nuovamente dall’obiettivo 2% prefissato da Draghi. E grazie a ciò i rendimenti obbligazionari si sono nuovamente schiacciati verso lo zero. Il Bund tedesco decennale è nuovamente tornato a 0,3%, meno della metà rispetto a 0,64% raggiunto ad inizio luglio. 
Invece in USA l’indebolimento del dollaro ha ammortizzato l’impatto della delusione Trump sul listino azionario, proprio grazie ai benefici che il dollaro debole fornisce alla competitività delle imprese esportatrici americane e all’ostacolo alle imprese straniere che tentano di esportare in USA.
I listini USA perciò non riescono a stornare quanto forse sarebbe giusto, in modo speculare all’incapacità di quelli europei di evidenziare i progressi macroeconomici dell’area. Nonostante le oscillazioni di agosto, l’indice SP500 dista soltanto poco più dell’1% dai massimi storici. L’europeo Eurostoxx50 dista invece il 6% Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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