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lunedì 25 settembre 2017

I tutor dell'alternanza scuola lavoro: facilitatori dell'esperienza

Occorrono politiche di orientamento sempre più mirate ed efficaci. È questo uno dei numerosi spunti di riflessione emersi a conclusione del convegno “Orientamento e Alternanza Scuola Lavoro: un progetto unico”, tenutosi lo scorso 19 settembre presso l’I.T.I.S. Galileo Galilei di Roma. Una mattinata di lavori in cui rappresentanti delle istituzioni e dei sindacati ed esperti del settore si sono confrontati con studenti e docenti sull’importanza dell’orientamento e dell’alternanza scuola-lavoro (ASL). Due tasselli che, per quanto distinti, possono convergere nel costruire un percorso che accompagni i giovani nelle proprie scelte formative e professionali e che dia agli studenti la possibilità di maturare esperienze in contesti di lavoro, vivendole in prima persona. Due facce di una stessa medaglia – ASL e orientamento – da non sovrapporre e non confondere per finalità e metodi, di cui gli addetti ai lavori hanno ben chiarito diversi aspetti. Vediamoli.

Alternanza Scuola-Lavoro: la qualità dell'esperienza 

L’alternanza scuola-lavoro è un’innovazione didattica. Un concetto che Valeria Fedeli (Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), intervenuta in occasione del convegno, ha tenuto a precisare: “C’è un problema di chiarezza espressiva sugli strumenti e sulle finalità dell’alternanza […]. Alternanza è innovazione didattica, di curricula, non è orientamento e non è apprendistato; in apprendistato si impara come si fa un lavoro, in alternanza si incontra un’etica del lavoro […]. È del tutto improprio riferirsi ai periodi di alternanza come stage e tirocini […]. È una fase del percorso formativo grazie alla quale si acquisiscono competenze nuove, che difficilmente maturerebbero nel solo ambito scolastico”. Con queste parole la Fedeli ha chiarito alcuni aspetti (e risposto a diverse critiche) venute fuori da più parti e a più voci negli ultimi mesi. L’alternanza scuola lavoro offre anzitutto l’opportunità di “assaporare” il mondo del lavoro per provare anche a capire meglio cosa piace e cosa no, sperimentandolo attraverso un’esperienza diretta, con l’obiettivo di aiutare il giovane a comprendere come si vive e come si sta all’interno di un’organizzazione, ad apprendere norme e codici di lavoro, etc.
È chiaro che la qualità dell’esperienza dipenderà anche dalla responsabilità con cui i soggetti ospitanti accoglieranno i giovani all’interno dell’organizzazione. Sotto questo aspetto, aggiunge la Ministra, l’imminente arrivo dei tutor dell’alternanza porrà tali figure professionali al centro del processo, in qualità di facilitatori.
Come poi questo percorso possa confluire in un più ampio modello di orientamento dipenderà molto da come le politiche in materia evolveranno. Per quanto non si è ancora in grado di misurare in maniera puntuale l’impatto che le politiche di orientamento hanno sull’inserimento occupazionale di un giovane, sicuramente forme di orientamento che tendono ad aumentare il livello di informazione dei giovani, anche attraverso strumenti web-oriented, possono avere un effetto positivo nel rendere le scelte e la stessa crescita degli studenti più consapevole. I modelli di riferimento sono, tuttavia, differenti. Alcuni esaltano la relazione one-to-one, come accade ad esempio in molte scuole dove psicologici ed esperti ascoltano le esigenze dei ragazzi, offrendo consigli sulle scelte e aiutandoli a comprendersi meglio. Altri modelli mirano, invece, a fornire servizi differenti, basati sul trasferimento di informazioni ed esperienze a necessarie affinchè gli studenti siano in grado di scegliere con maggiore chiarezza quale indirizzo dare alla propria carriera formativa e professionale.

Risorse, competenze e integrazione: la ricetta per buone politiche di orientamento

Da qui una prima riflessione. Come detto, comprendere l’impatto che le politiche di orientamento hanno sulla carriera degli studenti non è del tutto semplice, anche perché non sono diffuse a tal punto (soprattutto in Italia) da poterne misurare l’effetto sul piano occupazionale. Raffaele Trapasso (Economista, OECD) ha ben chiarito questo aspetto nel corso del convegno: “Noi sappiamo che le politiche di orientamento sono importanti, perché quando andiamo a chiedere ai ragazzi cosa vogliono fare da grandi, le risposte che riceviamo sono articolate e interessanti. Vogliono fare i medici, gli insegnanti, gli ingegneri, gli avvocati, però la distribuzione delle preferenze non rispecchia poi la distribuzione reale delle professioni nel mercato del lavoro. Molti ragazzi rimarranno delusi”. Quindi si tratta di una scelta da fare in maniera oculata e bisogna capire bene le opportunità che ci si pongono davanti ai ragazzi. Prendiamo, ad esempio, la tanto discussa categoria dei Neet (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione). Si tratta di una categoria su cui – ha ribadito Trapasso – le politiche di orientamento, se ben congegnate, potranno avere un effetto positivo, contribuendo a ridurre la percentuale di giovani (in Italia sono circa il 20%) che appare ancora incerta (e spesso scoraggiata) posta dinanzi a scelte formative e professionali.
Quali sono i requisiti essenziali per avere politiche di orientamento che funzionino? Proviamo a metterli in fila:
  • Risorse pubbliche e strutture: il finanziamento di interventi da parte dello Stato è indispensabile, così come è importante avere strutture sia pubbliche (come nel caso degli istituti scolastici) che private in cui operano persone che sappiano identificare le competenze degli studenti o dei lavoratori, che siano informate sulle dinamiche del mercato del lavoro, in modo da orientare al meglio il giovane sulle opportunità formative o lavorative maggiormente in linea con il proprio profilo.
  • Anticipare i percorsi di orientamento: le esperienze raccolte all’estero raccontano di Paesi (come quelli scandinavi) che anticipano molto la fase di orientamento, introdotta già nei cicli d’istruzione secondaria di I grado (scuola media).
  • Integrazione dei servizi: ci sarebbe bisogno che i servizi offerti al di fuori delle scuole si integrino tra loro, perché il giovane non può distinguere la buona fonte di informazione. Deve avere la possibilità di accedere ad un pacchetto integrato di politiche pubbliche.
  • Coinvolgimento delle famiglie: il nucleo familiare resta per il giovane un punto di riferimento basilare nel percorso di orientamento. Il coinvolgimento dei genitori è necessario per accrescere la consapevolezza della scelta, approcciandola in maniera condivisa.
E in ultimo, ma non per ordine di priorità, il ruolo del corpo docente. Un aspetto sul quale si sono soffermate Maddalena Gissi (Segretario Generale Cisl Scuola) e Annamaria Furlan (Segretario Generale Cisl), sottolineando quanto pesi il contributo offerto dagli insegnanti in un percorso di orientamento soprattutto per la capacità di costruire un rapporto di fiducia e di empatia con i giovani. E per valorizzare ancor più il lavoro del corpo docente, spesso svolto in regime di scarsità di tempo e risorse, “c’è bisogno – ribadisce Gissi – di interventi specifici che ne valorizzino il ruolo in un quadro di politiche che non li lasci soli”.

La redazione di WeCanBlog

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