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venerdì 8 settembre 2017

I missili di Kim mandano in orbita oro e armamenti


I nuovi test nucleari della Corea del Nord *hanno scosso i mercati (e il Mondo) durante tutta l'estate del 2017 spingendo gli analisti a considerare i vari scenari possibili. In quell'area dell'Asia compresa tra Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud vengono a contatto gli interessi contrapposti di diverse grandi potenze.
Tuttavia di recente i toni del conflitto si sono spinti a un livello mai visto prima e anche nei prossimi giorni, soprattutto in vista delle festività nordcoreane del *9 settembre
 (anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea) e del 10 ottobre (festa della fondazione del Partito dei lavoratori), nuove "sperimentazioni nucleari" potrebbero accrescere l'allarme della comunità internazionale.
A questo preoccupante contesto i mercati hanno reagito in maniera tutto sommato composta, con reazioni limitate sugli indici azionari e segnali di un corsa al de-risking evidenziatasi soprattutto con un ritorno sui classici beni rifugio e con rotazioni di portafoglio. La maggior parte degli analisti, ancora propensi a ritenere *basso il rischio di un vero conflitto militare *eventualmente allargato, consiglia però *cautela *nelle prossime settimane viste le crescenti incertezze.
Se si guarda all'indice S&P 500, il maggiore indice azionario degli Stati Uniti si può notare che le quotazioni tra i 2460 e i 2480 punti sono persino superiori ai livelli di inizio luglio, quando la Corea del Nord ha reclamato il lancio del primo missile intercontinentale.
Più consistenti sono stati invece i ripiegamenti dell'indice della Corea del Sud Kospi, tornato in zona 2320 punti dopo allunghi a fine luglio oltre i 2451 punti e quindi risalito sopra i 2.340.
Il Vix Index, l'"indice della paura" che misura la volatilità implicita dell'S&P 500, ha mostrato una reazione maggiore, ritornando in zona 12,38 e risollevandosi in parte (ma senza grandi spunti) dai livelli storicamente bassi sui quali si attestava precedentemente.
Assai più consistente la reazione dell'oro, bene rifugio per eccellenza, che ha accelerato rapidamente superando i 1300 dollari l'oncia e riguadagnando livelli che non vedeva dall'autunno del 2016 oltre i 1350 dollari circa.

Fintanto che le quotazioni si manterranno al di sopra di area 1270 sarà possibile assistere a un allungo verso 1360/70 dollari, top toccati un anno fa e lato superiore del canale crescente che sale da dicembre 2016. Da un punto di vista meramente grafico, solo sotto area 1270 verrebbero deluse le aspettative di crescita creando invece le premesse per l'avvio di una nuova fase di consolidamento verso area 1215 dollari, base del trading range disegnato da marzo.
Da segnalare poi il rally del palladio, grazie alla crescente richiesta dell'industria automobilistica, che proprio in settimana ha superato 1000 dollari l'oncia e si è spinto sul livello più alto dal 2001, raddoppiando il proprio valore da gennaio 2016. Area 1000 rappresenta tuttavia una soglia critica che potrebbe non essere superata al primo tocco, specie se accompagnata - come in questo caso - da una situazione di eccesso definita dall'RSI a 14 sedute.

L'eventuale test a 1025 dollari del lato alto del canale che contiene l'ascesa dal flesso di maggio potrebbe essere seguito da una fase di consolidamento fino ad area 910/920 dollari, senza compromettere la tendenza fortemente rialzista di fondo. Solo sotto questo livello le prospettive muterebbero rendendo possibile l'affondo sulla trend line che sale dai minimi dello scorso autunno a 840 dollari.
Non sono passati inosservati i notevoli recuperi del *rame *e di altri *metalli sia preziosi *che industriali, ma il peso della crisi nordcoreana su questa asset class rimane incerto, almeno per il medio e lungo termine.

Da inizio 2017 infatti il dollaro ha perso quota ripiegando sulle posizioni precedenti l'elezione del presidente Donald Trump: la debolezza del biglietto verde tende a incoraggiare metalli e materie prime indipendentemente dalle tensioni geopolitiche. I deludenti dati sull'inflazione hanno frenato la Fed nella stretta monetaria incoraggiando così l'oro (spesso acquistato in chiave anti-inflattiva e quindi svantaggiato da tassi potenzialmente più elevati).
I metalli industriali si avvantaggiano inoltre dei positivi dati macroeconomici europei e, in diversi casi, cinesi.
Significativa nel breve termine è stata la corsa dello *yen *proprio da luglio in poi: il cambio dollaro/yen è infatti passato dai massimi a 114,49 dell'11 luglio a quota 108 circa.

Fintanto che le quotazioni si manterranno all'interno di questo range, tuttavia, non si potranno ricavare informazioni direzionali. La situazione potrebbe invece precipitare, a vantaggio dello yen, nel caso di discese sotto area 106, linea che sale dai bottom del 2012.Delle scosse si sono registrate anche sul franco svizzero, ma tutto sommato i movimenti delle varie asset class appaiano limitati e influenzati anche da una serie di altri fattori che spaziano dagli orientamenti della politica monetaria delle maggiori banche centrali, alle evoluzioni dei prezzi del greggio che rispondono a stimoli di diversa natura.
In definitiva i missili di Pyongyang spaventano sempre più l'Occidente, ma la reazione dei mercati per il momento sembra quanto meno compassata.
Più specifica e per certi versi concreta la reazione invece di titoli del settore della Difesa *come *Lockheed Martin, che ha guadagnato da inizio luglio poco meno del 9% in Borsa contro l'1,3% dell'S&P 500, ma è utile evidenziare che il più ampio settore *Aerospace & Defense *degli Stati Uniti nell'ultimo mese ha guadagnato l'1,31% appena nell'ultimo mese (ma il 37,03% in un anno con Lockheed che ha recuperato il 20,9%).
Il nome di Lockheed Martin non è fatto a caso perché il colosso di Bethesda, nel Maryland, è il generale contractor del THAAD, il Terminal High Altitude Area Defense, ossia il principale sistema anti missili balistici degli Stati Uniti particolarmente impiegato per la difesa su medio e corto raggio.
Si tratta del sistema integrato nella base missilistica di *Guam *a più riprese minacciata dalla Corea del Nord e il cui impiego è stato da poco approvato anche dalla Corea del Sud.
Tra i subappaltatori del sistema THAAD si contano altri colossi del settore: per il radar X-Band Raytheon.

Per altre forniture si segnalano anche Boeing, Aerojet, Rocketdyne, Honeywell, BAE Systems e Milton CAT.
Di Raytheon, che ha guadagnato più del 13% in Borsa dall'inizio di luglio, vanno ricordati anche i famosi missili terra aria *Patriot *(Phased Array TRacking to Intercept Of Target) già adottati dal Giappone con le batterie Patriot Advanced Capability-3 (PAC-3).
Il 5 settembre Donald Trump ha ufficialmente garantito (con un tweet) l'intenzione di vendere armi sofisticate degli Stati Uniti a Giappone e Sud Corea per attrezzare i partner contro gli eventuali attacchi nordcoreani. In realtà per una vendita di armamenti a Stati stranieri serve negli States, in base al Foreign Military Sales program una richiesta specifica degli Stati acquirenti e quindi un'analisi del Dipartimento di Stato e infine un via libera vincolante del Congresso, per cui non è in pratica la Casa Bianca ad avere l'ultima parola.
Va ricordato inoltre che le minacce della Corea del Nord agli Stati Uniti potrebbero coinvolgere anche un rafforzamento dei Sistemi Aegis, anch'essi prodotti dalla *Lockheed *per l'equipaggiamento antimissilistico delle navi sul Pacifico.

Sistemi già selezionati non a caso anche dalla Corea del Sud e dal Giappone.
Senza considerare le possibili nuove commesse in un Europa che comincia a sentirsi minacciata.
Più densa la coltre intorno all'origine degli armamenti della Corea del Nord
Michael Elleman, un esperto dell'International Institute for Strategic Studies, ha ipotizzato che Pyongyang abbia acquistato un razzo a propellente liquido (high-performance liquid-propellant engine LPE) da fonti straniere.

In particolare la Corea del Nord avrebbe acquisto un propulsore basato sulla tecnologia sovietica *della famiglia *RD-250 *e lo avrebbe adattato ai missili balistici di produzione proprio Hwasong 12 e Hwasong 14. Si tratta di propulsori prodotti in Russia e in Ucraina in numero imprecisato e l'attenzione degli osservatori si è focalizzata sullo stabilimento di Dnipro in quell'Ucraina *orientale dove da tempo si combatte quella "guerra a bassa intensità" tra truppe russe e ucraine che ha generato le sanzioni statunitensi ed europee contro Mosca.

E' stata però smaccata la risposta del governo di Kiev a queste accuse di aver fornito i propulsori dei missili balistici alla Corea del Nord: ipotesi false e forse frutto di propaganda russa. I sospetti sull'Yuzhnoye State Design Office di Dnipro sono però rimasti.
Di certo se fossero confermati l'ironia dell'intera faccenda renderebbe ancora di più questo gioco internazionale di scontri e armamenti letali e miliardari una storiella da operetta.
Meno incertezze ci sono sull'origine dell'uranio *del quale la Corea del Nord sembra munita in abbondanza dalla natura.

Una materia prima lavorata in diversi impianti del Paese con una tecnologia importata dal *Pakistan
. Anche sul fronte della lavorazione dell'uranio non sono mancate le polemiche in passato. Nel 2003 The Guardian evidenziò Donald *Rumsfeld *tre anni prima sedeva nel board del colosso svizzero *ABB *mentre questo vendeva due reattori nucleari leggeri alla Corea del Nord, ossia due impianti potenzialmente utilizzabili per la produzione di plutonio.
Da allora comunque Pyongyang ha proceduto (se così si vuol dire) autonomamente a grandi passi nel campo del nucleare e realizzato diversi impianti per la lavorazione dell'uranio prodotto in patria.
(GD - www.ftaonline.com)
Autore: Financial Trend Analysis Fonte: News Trend Online

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