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mercoledì 6 settembre 2017

Fed e Bce: gara tra chi rallenta di più


Dopo aver più volte sottolineato la necessità di ridurre gli stimoli e di accelerare sul fronte dei rialzi dei tassi, la Federal Reserve starebbe clamorosamente pensando di fare marcia indietro.

L'indecisione della Fed

Il primo indizio si era avuto già qualche settimana fa quando, alla pubblicazione delle ultime minute della riunione di luglio, era chiara la divisione all'interno del board sull'attuazione della tempistica da adottare circa i vari provvedimenti per la strada della normalizzazione, una divisione che era anche implicita ammissione di confusione.

Ma la prova (definitiva?) è arrivata dalle ultime dichiarazioni di Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, tra i membri più “dovish” del Fomc secondo cui il rialzo dei tassi di interesse finora attuato sta rischiando di creare conseguenze negative sull'intera economia Usa. Una decisione, questa, che potrebbe portare inevitabilmente delle conseguenze anche sull'euro: la Bce, infatti, alla vigilia della sua riunione, si trova a dover decidere sul da farsi per quanto riguarda un QE che da tempo è stato confermato su vari fronti, in primis sulla sua scadenza naturale fissata alla chiusura del 2017.

I contraccolpi della Bce

Ma questa scadenza, adesso, potrebbe slittare ulteriormente: per evitare un eccessivo apprezzamento della moneta unica, già protagonista di un rally nei confronti del dollaro nelle ultime settimane che lo ha portato a punte di 1,20, Mario Draghi, governatore della Bce, potrebbe essere costretto a prolungare il piano di accomodamento.

A far desistere la Fed, anche un'inflazione Usa che, per quanto in aumento, continua ad essere troppo lenta, ferma a luglio all'1,4% e a +0,1% su quella mensile. Il tutto sullo sfondo di un mondo del lavoro al limite della piena occupazione (disoccupazione Usa a al 4,3% a maggio 2017). A rischio, dunque, il prossimo (possibile) ritocco al rialzo già annunciato entro la fine del 2017, il terzo dall'inizio dell'anno dopo quelli già decretati a marzo e giugno.
Considerando questo scenario si comprendono i timori di Kashkari, timori che si vanno a sommare a quelli du Lael Brainard, anche lei come Kashkari membro votante del Fomc e preoccupata di un'inflazione che potrebbe tendere ad un rallentamento maggiore di quello pre-crisi, il che a sua volta sarebbe la spia di un più ampio trend che riguarderebbe l'intero sistema.

Il Pil del 3% nell'ultimo trimestre non sarebbe affatto una garanzia di un'economia in salute.

Il motivo?

Per quanto i consumi interni, voce che riguarda oltre il 70% del Pil, siano cresciuti del 3,3%, costituendo il maggiore aumento dal secondo trimestre dello scorso anno, Goldman Sachs avverte che nel terzo trimestre si faranno sentire gli effetti del disastro creato dall'uragano Harvey, conseguenze che potrebbero aver provocato un calo pari a 0,l2% del pil.
Il Texas è una zona particolarmente attiva sul fronte della produzione petrolifera (la metà dell'export Usa di petrolio e gas proviene da queste zone con oltre 5 milioni di barili di greggio al giorno) e il cui Pil vanta un risultato che copre il 3% dell'economia a stelle e strisce. A questo si aggunga anche lo scetticismo di Warren Buffet.

Il guru della finanza avverte: l'economia degli Stati Uniti non viaggia ad una velocità simile, ma più a un 2%, meglio dar vita a politiche di sostegno e incremento dei salari, per sostenere i consumi in futuro e la classe media, mentre sul fronte delle politiche finanziarie la riduzione dei 4.500 miliardi di dollari in pancia alal Fed, destinati a diventare non oltre 1.500 miliardi di dollari dovrà avvenire molto lentamente per evitare shock sul mercato.
Tornando, invece, alla Bce, in molti aspettano almeno dei chiarimenti per le prossime mosse di Francoforte: i 60 miliardi di acquisti di titoli di stato (tagliati dai precedenti 80) vedranno la fine a dicembre 2017, ma per evitare conseguenze sulla moneta unica, Draghi potrebbe scegliere una terza via, quella di un'ulteriore riduzione degli acquisti a 40 miliardi al mese anche in vista di una minore disponibilità di titoli che potrebbe verificarsi già dal 2018, il che permetterebbe alla Bce di anticipare una mossa che l'anno prossimo potrebbe essere dettata dalla necessità.

Fonte: News Trend Online

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