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lunedì 25 settembre 2017

Brexit, di sicuro c’è solo l’incertezza

 
L’economia britannica sembra essere ancora poco influenzata dall’uscita del paese dall’Unione europea. Le conseguenze si avranno nel medio periodo, a meno che le trattative non riescano a disinnescare la bomba costituita dalla cosiddetta “hard Brexit”.
Ipotesi contraddette dai fatti
Il titolo del mio pezzo scritto subito dopo il referendum rimane attuale anche a quindici mesi di distanza. Le previsioni sulle conseguenze economiche della Brexit – sia quelle rosee dei brexitisti, sia quelle funeree di chi vuole restare – sembrano essere per ora contraddette dai fatti.
L’economia continua la sua ripresina dalla grande recessione seguita alla crisi finanziaria del 2007, che pure aveva colpito il Regno Unito più duramente di altre economie europee, forse a causa della maggiore esposizione a settori volatili dell’economia internazionale. Una discreta solidità strutturale ha permesso all’economia britannica di riprendere, come illustra il grafico in Figura 1, la tendenza di medio periodo abbastanza rapidamente.
Figura 1: Pil – Alcuni paesi Ocse.
Fonte: Dati Imf, PPP in dollari, normalizzato con base 2009 = 1.
Anche nel breve periodo, il Regno Unito sembrerebbe continuare con una crescita non esaltante, ma in linea con la tendenza delle altri maggiori economie europee. È ovviamente impossibile, in mancanza di dati osservabili su ciò che sarebbe avvenuto in seguito a un voto favorevole alla Ue, stabilire l’effetto del voto sull’economia britannica: la storia non si fa con i se, e i costi reali della Brexit rimarranno per sempre una questione aperta. Certo, l’andamento recente dei principali indicatori economici non aiuta la credibilità di chi, sostenitore dell’appartenenza alla Ue, aveva predetto effetti disastrosi in caso di uscita; la ripresa rimane, seppur asfittica.
Va inoltre tenuto presente che per ora il Regno Unito continua a far parte della Ue, e in particolare non sono ancora in atto restrizioni al commercio e al movimento di persone. La Brexit può avere solo effetti indiretti, modificando le aspettative, che hanno agito in modo pesante sul tasso di cambio e sull’immigrazione.
Dal referendum, la sterlina si è decisamente svalutata, pur senza andare al di sotto dei minimi storici: la Figura 2 illustra l’intera storia del cambio euro/sterlina.
Figura 2: Tasso di cambio euro/sterlina, dall’entrata in vigore il 1/1/199.
Fonte FX-TOP.
Poca consolazione per i “catastrofisti” anche il mancato miglioramento della bilancia dei pagamenti del Regno Unito: senza dubbio reale, è però probabilmente un fenomeno di breve termine descritto dalla cosiddetta J-curve. Secondo questo modello, l’effetto di breve periodo di una svalutazione è un peggioramento della bilancia commerciale, dato l’obbligo di onorare contratti pre-svalutazione. Quando invece i prodotti domestici vengono acquistati al posto di quelli esteri, il ribalanciamento delle quantità migliora il saldo commerciale.
Le aspettative hanno senz’altro contribuito anche alla sostanziale riduzione dell’immigrazione, pur in assenza di restrizioni legali: inutile andare a vivere in un paese, con il rischio di venir espulsi dopo un paio di anni. È tuttavia difficile valutare quanto della riduzione sia dovuta a questo effetto, interamente dovuto alla Brexit, e quanto alla debolezza strutturale dei settori dove la manodopera di origine europea è più frequente, dagli infermieri nel servizio sanitario, al settore universitario: i cittadini UE che lavorano nelle università britanniche con cui ne ho parlato, campione certo non rappresentativo, si stanno dando da fare per ottenere il permesso di residenza permanente (ottenerlo è veloce e costa poco) e la cittadinanza (più costosa e laboriosa).
Un’implicazione della riduzione dell’immigrazione e della lenta crescita dell’economia britannica è la limitata pressione sul mercato del lavoro. Nonostante l’economia sia vicina ai livelli di piena occupazione, non sembrano esservi ancora pressioni sui salari e sui prezzi.
Libertà di movimento e di commercio
Quando la Brexit avverrà – e già si parla di un ritardo – il fattore principale che influenzerà l’economia britannica sarà il grado di apertura del commercio che verrà contrattato tra il Regno Unito e la Ue. Se il mercato unico rimarrà in essere per la stragrande maggioranza di beni e servizi (la cosiddetta “soft Brexit”) e se le restrizioni all’immigrazione saranno limitate al divieto di ottenere i benefici del welfare (reddito di cittadinanza, case popolari, altre forme di sostegno per i non-abbienti), con in aggiunta corsie preferenziali per chi è in grado di lavorare in settori ad alta domanda di lavoro (dall’agricoltura, al turismo, all’edilizia, fino ovviamente alla city e ai già citati infermieri e accademici), davvero credo che gli effetti economici rimarranno limitati.
Questa versione della soft Brexit illustra un interessante sviluppo politico, ossia l’implicità accettazione che, nonostante quanto declamato a gran voce nei giorni successivi al referendum, le libertà di movimento di merci, servizi, capitali e lavoro, non siano in principio inscindibili. Lo si dica sotto voce, ma potrebbe essere possibile per il Regno Unito accedere al mercato unico pur imponendo qualche restrizione all’immigrazione, magari disegnata per avere effetti simbolici. Se questo avvenisse le conseguenze economiche della Brexit potrebbero davvero essere limitate.
Di Gianni De Fraja

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