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martedì 12 settembre 2017

Banche mondiali: maxi rafforzamento di capitale in 10 anni

 
L'amministrazione Trump è da tempo intenzionata a far approvare una serie di misure di deregulation finanziaria per allentare i freni normativi posti dalla Fed e dagli altri enti governativi all'indomani della crisi del 2008 per evitare uno strapotere alle organizzazioni finanziarie (banche in primis) che contribuì a suo tempo allo scoppio della bolla dei mutui subprime.
I vantaggi 
Una deregulation sulla quale sono sorte diverse perplessità anche da parte delle stesse banche, ormai alla fine di un processo di adeguamento alle regole che è durato ani, è costato soldi e che, adesso, rischia di essere del tutto inutile. A confermare i dubbi è il report reso noto oggi dal Comitato di Basilea e dal quale si evince che nel giro di 10 anni, ovvero dall'adozione delle misure di protezione del credito ad oggi, gli istituti hanno avuto un rafforzamento del capitale da 1.600 miliardi, un cuscinetto che ha permesso al Common Equity Tier 1 delle prime 200 banche mondiali di arrivare dai precedenti 2,12 trilioni del 2011 agli attuali 3,73 milioni di fine 2016. Guardando nello specifico le prime 105 banche mondiali possono vantare un Common Equity tier 1 del 12,3%, oltre 5 punti percentuali oltre il minimo fissato al 7%, minimo che, tra l'altro, era anche il livello base dal quale si partiva. Il risultato dell'indagine è al tempo stesso l'implicita conferma che le strategie volute dalla Fed hanno avuto motivo di essere ma anche che, adesso, proprio in virtù degli effetti ottenuti, potrebbero essere smantellate. Infatti analizzando i dati si scopre che proprio le banche Usa sono state quelle che da allora hanno avuto i tornaconti più ampi rispetto a quelle del Vecchio Continente: tra dotto in numeri per l'Europa si ha un Cet1 a +56,8%, la metà di quello registrato sia in Usa che nel resto del mondo. La motivazione è facile da trovare: l'economia europea è da sempre fortemente bancocentrica e la dipendenza dal credito erogato dagli istituti e non dalla borsa e dai mercati è più forte.
La differenza tra Usa e Ue
Non solo, ma l'Europa, successivamente, ha dovuto anche fare i conti con i problemi interni derivati dalla convivenza forzata di economie troppo eterogenee: tensioni sui debiti sovrani, bolle del mercato immobiliare, fragilità della moneta unica e limiti imposti da Bruxelles sulla spesa si sono accumulate alle conseguenze arrivate dalla crisi finanziaria Usa. Un peso che, abbattutosi sul Vecchio Continente, ha messo a dura prova il sistema di intere nazioni, non per ultima proprio l'Italia che ha iniziato a dover rendere conto non solo del suo debito pubblico ormai atavico ma anche con le difficoltà delle banche oberate di Non performing loans e di crediti in sofferenza.
Da parte loro, intanto, le banche a stelle e strisce avrebbero approfittato, negli anni successivi alal crisi, dei vantaggi offerti, di lì a poco, da un sistema di credito facile voluto dalla Fed che ha permesso poi anche un rally azionario costante che ha a sua volta regalato la possibilità di potenziare i dividendi delle cedole e accantonare allo stesso tempo anche una parte degli utili per rafforzare il capitale e favorire la messa in sicurezza. Il processo virtuoso è stato possibile perchè a differenza di quanto si possa pensare, gli istituti di credito negli Usa non hanno come primaria fonte di reddito il margine di interesse sui crediti (prima voce per quelli europei) ma sono più orientate verso il trading e la gestione del risparmio, un elemento che ha garantito, in un mercato rialzista, nuova energia. La dimostrazione arriva sempre dai numeri: l'anno scorso le prime 15 banche europee hanno accumulato 25 miliardi di profitti mentre le prime 13 made in Usa ben 75 nello stesso periodo. Un salto notevole se si guarda, invece, a quelli immediatamente successivi al crollo Lehaman e che registravano perdite aggregate di oltre 18 miliardi di dollari a carico delle 10 banche più grandi degli Usa; in questo caso la situazione si è completamente ribaltata arrivando a 115 miliardi di dollari per l'utile aggregato negli ultimi 12 mesi. (dati S&PMarket Intelligence). Un aiuto, 10 anni fa, arrivò dal programma Tarp che fu creato ad hoc dal Dipartimento del Tesoro Usa che si accollò gli asset illiquidi e più rischiosi del mercato immobiliare, ripulendo i bilanci delle banche e salvandole dal crollo. 

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