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giovedì 24 agosto 2017

Sugli effetti positivi del QE Draghi sbaglia

 
Ecco la view di Canegrati analista finanziario a Blackpearlfx .
A pochi giorni dall'incontro annuale di Jackson Hole che si terrà tra i banchieri centrali di tutto il mondo, il governatore della BCE Mario Draghi ha difeso la sua politica monetaria ultra-espansiva, nota anche come "quantitative easing", dai suoi detrattori, soprattutto tedeschi, citando numerosi lavori empirici che dimostrerebbero (il condizionale è d'obbligo) il successo di tali politiche nel sostenere l'economia e l'inflazione dell'Eurozona. Nel suo discorso tenutosi a Lindau, in Germania, Draghi è stato, tuttavia, riluttante nell'esprimere qualsiasi commento sulla prossima strategia di uscita dagli stimoli ultra-espansivi intrapresi da Francoforte, attesa dai mercati finanziari per la fine del 2017, acuendo lo scenario di incertezza circa le mosse di Francoforte previste per il prossimo autunno.
Jans Weidmann, presidente della Bundesbank tedesca, tradizionale antagonista delle posizioni di Draghi, ha dichiarato che gli stimoli monetari  dovrebbero finire presto, entro la fine dell'anno al massimo, poiché non c'è ragione di continuare a intraprenderle e che l'uscita dalle politiche ultra-espansive farebbero bene ad essere programmate molto in anticipo. Un consiglio implicito dato a Draghi e al Consiglio direttivo della BCE, che si riunirà di nuovo nel prossimo settembre per discutere circa la necessità di prolungare il programma di acquisti di asset e di mantenere sottozero il livello dei tassi d'interesse. Molti analisti si attendono che Draghi, in quell'occasione, fornirà indicazioni circa il calendario del programma di uscita, ma altri ritengono che la paura di un possibile "tapering conandrum", che ha già colpito la Federal Reserve quando accennò all'inizio dell'uscita dal programma di Quantitative Easing, possano trattenere Draghi dal farlo.
In questa querelle Draghi-Weidmann, è Waidmann ad aver ragione. I dati più recenti sull'economia dell'Eurozona, infatti, mostrano un forte aumento dei tassi di crescita di tutti gli Stati membri, anche se alcuni di loro stanno ancora parecchio indietro rispetto alla media e il tasso di disoccupazione si sta riducendo. È vero che il tasso di inflazione è ancora al di sotto della soglia obiettivo del 2% prevista dalla BCE, ma è comunque superiore all'1%, il che può essere visto come una valore moderato. Il fallimento nel raggiungere l'inflazione desiderata, questo sì, può essere letto come un fallimento delle politiche del QE, tanto per portare alcune prove empiriche contro le convinzioni di Draghi. E' proprio qui che il governatore si sbaglia: pensando che le banche centrali, piuttosto che le forze della globalizzazione, possano condizionare e determinare il tasso di inflazione di lungo periodo. Il tasso di inflazione nell'area dell'euro rimane a livelli moderatamente bassi perché l'Europa è una macroarea ormai fortemente globalizzata a livello commerciale e finanziario e, quindi, viene influenzata dalle forze positive della concorrenza, che riducono i prezzi di lungo periodo, indipendentemente dalla politica monetaria intrapresa dalla banca centrale. Fino a quando questo semplice concetto non sarà accettato da Draghi, difficilmente il QE potrà essere finalmente archiviato.

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