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mercoledì 16 agosto 2017

L'euro, il dollaro e le attese per Jackson Hole


L'attesa degli esperti è tutta per il simposio di Jackson Hole che sarà inaugurato la settimana prossima (24-26 agosto) e che vedrà protagonisti i governatori delle banche centrali e, tra questi, in prima fila c'è Mario Draghi, numero uno della Bce.

Nessuna novità da Jackson Hole?

Gli analisti non credono alla possibilità di nuove direttive da parte del governatore, in particolar modo proprio ora che la moneta unica sta vivendo un rally storico che l'ha portata ai massimi da oltre 2 anni sul dollaro.

Un evento che ha preso tutti di sorpresa viste le premesse che decretavano un 2017 come anno del biglietto verde, favorito dall'arrivo alla casa Bianca di un inquilino la cui politica si era dimostrata, nella teoria, particolarmente business friendly; di questo se ne erano già accorti i listini Usa, a loro volta protagonisti di nuovi record storici.
A questo vada aggiunta anche la volontà della Fed di normalizzare le politiche monetarie ultra accomodanti ormai da un decennio e si otterrà facilmente quel cocktail di entusiasmo che alimentava l'ottimismo sul mercato a stelle e strisce e sulla prima economia mondiale. Eppure con il tempo si sono aperte diverse crepe e il suddetto entusiasmo è venuto facilmente meno 
a discapito del dollaro che si è via via indebolito anche a causa di riforme fiscali che Washington non riesce a condurre in porto e a problemi dettati dalle difficoltà nate con l'arrivo dell'inchiesta sul Russiagate che ha coinvolto l'amministrazione Trump.

Euro ed Europa

Ma quello che potrebbe sembrare un punto a favore dell'euro potrebbe non esserlo per l'Europa che con una moneta particolarmente pesante vede allontanarsi la possibilità di un recupero dell'inflazione sempre più lontana dal target del 2% fissato proprio dalla Bce.Un problema di non facile soluzione dal momento che alla base ci sarebbe un difetto di logica: il costo della vita non sape più in proporzione all'aumento del prodotto interno lordo, come invece accadeva nel passato. Il tutto a discapito anche della serenità interna all'Ue che già deve fare i conti con l'insofferenza tedesca per un QE che minaccia di non fermarsi al termine previsto, quello del dicembre 2017.

Per questo motivo la Corte Costituzionale tedesca ha deciso di ricorrere alla COrte Europea di giustizia per tentare di frenare il piano di stimolo e soprattutto il suo eventuale proseguimento. Il principio cui si appellano i giudici di Berlino parte dal principio che il QE voluto da Draghi potrebbe violare le regole sul divieto di finanziamento diretto agli Stati, come decretato appunto proprio dalla Corte tedesca.
Eppure le manovre di acquisto di asset da parte della Banche Centrali, nonostante le storture e soprattutto i continui pericoli di nascita di nuove bolle speculative, a suo tempo, ovvero allo scoppio della crisi poco più di 10 anni fa, erano l'unico mezzo per riuscire a mantenere la nave della finanza mondiale su una rotta ancora vagamente gestibile.

Da allora le banche centrali hanno acquistato circa un quinto del debito pubblico della varie nazioni, in particolare quello delle principali economie occidentali che, come rivela oggi il Financial Times, 
comprendono, tra le altre economie dell' Ue, anche Gb, Usa, Giappone, Svizzera e Svezia.
Tradotto in numeri si parla di un livello che rispetto al periodo pre-crisi è più che quadruplicato.

Il difficile cambio di rotta

Questo significa solo una cosa: l'aumentata difficoltà da parte degli istituti di interrompere prime di tutto il trend senza creare shock sui mercati, e poi la missione di riuscire a rendere queste stesse nazioni, indipendenti dalle strategie monetarie.

La Fed e le altre saranno perciò costrette a muoversi con una lentezza e una gradualità superiore a quelle inizialmente preventivate. Tornando all'euro, come ha confermato
Alberto Gallo di Algebris i numero del cambio con il dollaro vedono una soglia di 1,2 euro che potrebbe essere indicazione di un’economia forte, oltre quel numero, invece, sarà obbligatorio continuare a mantenere un approccio maggiormente cauto circa le prospettive di strette sui tassi di interesse.

A ruota seguirebbe anche la politica della Fed, vista la già accennata difficoltà di Washington ad imboccare in maniera decisa la strada delle riforme e ad ottenere una stabilità politica costante. In questo frangente il prossimo appuntamento è tra settembre e ottobre overo quando il governo Usa dovrà dimostrare di essere uscito dall'empasse, presentando una serie di agevolazioni fiscali, tagli e semplificazioni come aveva promesso lo stesso Trump in campagna elettorale.
Fonte: News Trend Online

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